‘Autostrappi’. Un’opera iconoclastica

Le seguenti immagini fanno parte di un’opera in serie realizzata dall’artista Sebastian Comelli – che trae spunto dal lavoro di Mimmo Rotella – dal titolo: Autostrappi.

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Quello tra coscienza e immagini è da tempo immemorabile un rapporto unilaterale: le immagini hanno un potere attrattivo sulla coscienza tanto grande da poter quasi dire che esse sono in grado di “rapirla”. La forma stabile, nel suo quieto dimensionare, risulta per la coscienza un luogo irresistibile nel quale trovare una certa identità – prevalentemente a carattere fisso -, per sé, oppure per i pensieri e le intuizioni che è capace di considerare e di captare; in tal modo la coscienza vive in conformazioni che la limitano di parecchio.

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Le figure auto strappanti mostrano che quella parte della coscienza dell’uomo previamente identificata nelle immagini – in quelle semplicemente ritratte, reali, oppure quelle prodotte dalla stessa mente rappresentativa –, è giunta, in esse, all’autocoscienza. In questa sede tali figure sembrano esse stesse autocoscienti, in quanto svelano da sé esattamente ciò che sono: un bel nulla.

L’atto riflessivo di smascheramento da parte del personaggio è svelante del fatto che questo nuovo stadio di autocoscienza antepone la verità alla finzione, e lo fa non da fuori, bensì a partire dal luogo dell’identità formale che ha dapprima raggiunto.

Domanda il personaggio che espone le concezioni superiori nel Fu Mattia Pascal al protagonista:

«Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente!  Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste (…) si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino che avverrebbe? (…) ma è facilissimo, Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo (…) sentirebbe ancora gli impulsi della vendetta, con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma diventerebbe Amleto. Tutta la differenza fra la tragedia antica e moderna consiste in ciò, creda pure: in quel buco nel cielo di carta».

Lo svelamento a partire dal mondo della rappresentazione è già stato dunque considerato da Pirandello, in questa geniale riflessione sulla differenza fra tragedia antica e moderna. Il senso che ne vien fuori però è, a mio avviso, più grande dell’intenzione e suona all’incirca così: cosa accadrebbe se la rappresentazione mentale addotta nella forma della marionetta potesse prendere coscienza della finzione del proprio palco  e di riflesso anche di sé? Risposta: di certo la verità in quanto sguardo oggettivo privilegiato, transproprierebbe la soggettiva, incompleta, visione del mondo e la percezione del proprio esserci; ciò provocherebbe l’esperienza terribile  della finzione dell’identità formale, la ri-mozione della fissità in cui l’ente rappresentante ha messo radici, nonché scatenerebbe il sorgere dell’incombenza del Nuovo, il quale prima di giungere a nuova identità si manifesta nella sua potenza distruttiva.

Queste immagini non sono però semplici rappresentazioni, sono foto di personaggi che furono. La considerazione della loro effettiva realtà pretenderebbe di far saltare il discorso intorno al loro carattere fittizio, quando in realtà esso non ha certo radici nell’artifizio dell’artista che rinviene figure, ma nell’immagine stessa, nell’identità che esprime, nel rapporto con la coscienza osservante.01monroe_digital

Più essi sono “adorati” e più sono idoli: Il loro appellativo è rimasto lo stesso per millenni, questi stessi idoli degli anni ’50 sono altresì gli idoli che il Dio trascendente di Israele ha in abominio. Il motivo di ciò è che pur elevato che sia il principio espresso nell’immagine personale adorata, la forma della particolarità impedisce la liberazione del contenuto che fa agire realmente il principio stesso nella sua purezza; essa chiude immediatamente le porte che apre. Allo stesso modo le figure luminose di questi personaggi, considerate come “idoli”.

Tali figure degli anni ’50 sono collocate nell’olimpo nostrano, in esse la riflessione è più limpida perché risultano essere più fisse ed immutabili di quelle che ogni giorno si susseguono. Loro sono una mitologia consistente del nostro tempo, ma questa ha le radici nel pensiero rappresentativo e nell’identificazione formale; essi ora sono giunti ad un autosuperamento a partire da queste radici, gli “idoli” ora paiono dire a partire da loro stessi: «Non adorateci, siamo meno di voi, nel rapporto con voi».

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Le immagini sono divenute la propria iconoclastia, con moderna semplicità e serena accettazione – a parte nel ritaglio di Marlon Brando, dove ciò ha il sapore di una confessione di personale nullità. Ecco allora che James Dean sembra voler farci sentire il ritmo del suo gesto sovversivo, inaugurante un nuovo cammino identificativo; Marylin Monroe sarebbe sul punto di esclamare, a causa dello svelamento: «Ecco qua, contenti? Tranquilli! non c’è nulla di cui preoccuparsi!»; mentre Elvis Presley sembra volerci destare con un solo, innocente, schiocco delle dita.

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