Chi ha paura di Hegel? – Fenomenologia dello Spirito – I. La certezza sensibile

28f07d21fd547904a75ee9b6bff56cc2cd339ab298a02ec89cf72b58bdaaf9b5

Premetto che chi volesse addentrarsi anche solo nella semplice (!?) lettura di questo testo non può scavalcare né la prefazione, né l’introduzione, si tratta infatti di scritti molto chiari e in cui viene sintetizzato superbamente il modo di pensare dello stesso Hegel. Dal momento però che non offrono difficoltà per quanto riguarda il succedersi delle argomentazioni, parto da dove comincia il testo vero e proprio nel tentativo di raggruppare, sintetizzare e seguire passo passo le ardite argomentazioni hegeliane, che non vertono su un argomento in particolare, ma esibiscono il movimento del concetto stesso a partire dal luogo un cui la conoscenza fa il suo esordio. Questo movimento è nei fatti costellato da continue contraddizioni interne; tipico del pensiero hegeliano è infatti considerare la negazione, la contraddizione, come il motore del pensiero stesso, per il semplice fatto che ciò che viene negato rilascia un qualsivoglia contenuto, dal momento che si ha pur sempre a che fare con una negazione di un qualcosa. Non vi è mai un nulla che non produca nulla.

Quella che vado a proporre non è quindi una brutale sintesi che appiattisca l’impressionante lavoro concettuale che l’Hegel maturo compie per la prima volta, ma una sorta di abbreviazione, più o meno pedissequa (chi mi conosce sa che il tendo sempre a mettere il mio, con il massimo rispetto per l’originale), del procedere triadico del concetto come lo mostra il pensatore di Stoccarda. Nel raggruppare le triadi e nel sintetizzare le argomentazioni penso di poter dare un aiuto a chi non riesce (io sono a tutti gli effetti il primo beneficiario) a tener insieme tutti i passaggi di quest’opera davvero complessissima. Al tempo stesso non è un commentario, che svolge tutte le questioni! Ma non è neppure una semplice sinossi!

Un problema non da poco purtroppo consiste nel fatto che Hegel non poté rivedere l’opera (che risale al 1807), egli morì nell’anno in cui si stava accingendo a farlo (1831); abbiamo solo le revisioni di parte della prefazione. Il problema è semplicemente questo: vi sono molti punti che rimangono oscuri, alcune pecche di iperargomentativismo (mi si passi il termine), salti logici o passaggi non chiariti del tutto. Ma Hegel questo ritengo lo sapesse benissimo, perché se l’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio ebbe tre edizioni e la Scienza della logica due, qualche problema in sospeso lo dovette avere, soprattutto poi dopo aver fissato meglio (punti di vista…) il suo sistema nell’Enciclopedia. Anche il ruolo della stessa FdS all’interno del sistema fu rivisto infatti.

Si tratta comunque – a detta di molti – del testo più affascinante di Hegel, addirittura il suo capolavoro letterario. Per questa volta però non posso augurare buona lettura, ma buono studio sì! (con più traduzioni possibili del testo a portata di mano, si capisce…).

Si comincia col sapere immediato, ossia il sapere di ciò che immediatamente si presenta al nostro organo di conoscenza. Dal punto di vista del concetto ci si limita ad una semplice registrazione di ciò che accade per questa prima forma coscienza, o meglio questa prima “figurazione” della coscienza. (1) Sembra innanzitutto che la certezza sensibile o la certezza intorno ciò che è sensibile, sia la conoscenza più ricca. Sembra addirittura la più veritiera in quanto è un puro star di fronte all’oggetto del sapere nella sua completezza. (2) È facile dimostrare però come la certezza sensibile sia in realtà la conoscenza più povera, perché vuota, senza alcun contenuto determinato, essa si limita ad affermare l’essere di ciò che assume: “esso è”. L’essere stesso che si enuncia, chiaramente, non è determinato. (3) La certezza sensibile poggia su un Io, vuoto anch’esso, che fa di sé e dell’oggetto un puro questo (da un punto di vista dunque questo tipo di coscienza giustappone l’Io e l’oggetto del suo conoscere, li pone sullo stesso piano e addirittura li intende sotto il medesimo riguardo). Il linguaggio deittico (l’appello al questo, al qui, all’ora – come si vedrà meglio) è tipico di questa figurazione del sapere.

(1) L’essere, privo di altre determinazioni, costituisce l’essenza di questo tipo di conoscenza. In più la coscienza impara a conoscere la singolarità: l’Io da una parte e l’oggetto dall’altra; entrambi semplicemente come questi. (2) I due deittici cadono fuori dalla semplicità del puro essere, a ben vedere essi non sono semplici immediati, ma due elementi che provengono da mediazioni: L’Io è certo per mezzo di altro, ossia dell’oggetto, mentre questo stesso è nella certezza proprio per mezzo dell’Io. Questo gioco di rimandi tra immediatezza e mediazione non è solo secondo il concetto, dice Hegel che la troviamo nella certezza sensibile secondo quel progetto iniziale di cominciar registrando come essa seguiti a conoscere in generale. (3) Nel lato del sapere l’oggetto ha preminenza, si considera dunque dapprima l’oggetto, che rappresenta qui il vero e l’essenza, mentre l’Io è qui inessenziale, esso è solo un sapere che sa l’oggetto perché esso è, indipendente dal legame col sapere stesso.

(1) Per la certezza sensibile l’oggetto è pur sempre un semplice questo, domandiamo ad essa dunque: “Che è il questo?” Risposta: Il Qui e l’Ora (altri due deittici, che rappresentano le coordinate spazio-temporali). (2) All’ulteriore domanda circa l’essere di uno dei deittici cominciano le contraddizioni, infatti l’Ora può essere sia mezzogiorno che mezzanotte; l’Ora di mezzogiorno non è però l’Ora di mezzanotte, al tempo stesso l’Ora permane come un che di semplice, di mediato e di negativo: “leva” (aufhebt, da aufheben, verbo che ha tre significati: togliere, conservare, superare; ‘levare’ è proposto da G. Garelli nel duplice senso ‘togliere’ e ‘portare in alto’, es: “levare in alto i calici”) automaticamente se stesso e si mantiene presso il contenuto negativo (ciò che è stato e non è più). Vale a dire: la negazione così intesa è lo stesso che la mediazione semplice. (3) Poiché l’Ora in quanto tale permane anche dopo essersi negato, si specifica questo come un universale, un qualcosa di semplice eppure mediato. Il vero della certezza sensibile è così sorprendentemente un universale.

(1) A ben vedere ogni deittico – perciò anche il questo di prima – è un universale: ci rendiamo conto che la certezza sensibile enuncia direttamente, quando decide di produrre conoscenza, l’universale (Hegel dice che lo enuncia soltanto, ancora non se lo rappresenta). Il linguaggio mostra di essere più veritiero del nostro ritenere/opinare ossia il puro considerare in quanto prodotto del nostro lato soggettivo (il mein – il mio – della Meinung = opinione). Il nostro opinare non trova la verità che crede nel linguaggio ed è il tentativo di espressione stesso di questo ritenere individuale a portarci subito nella verità che la conoscenza non può essere semplicemente immediata). (2) Anche l’essere che stava inizialmente come pura essenza è un essere non immediato, ma mediato, determinato – anche se determinato qui più che altro da astrazioni – dal fatto di essere un universale a cui inerisce la negazione. Di qui Il nostro opinare cade fuori da tutto, per esso infatti il vero della certezza sensibile non è l’universale. (3) Si assiste allora ad un rovesciamento, l’oggetto la cui verità si è mostrata universale non può più essere l’essenziale, quest’ultimo ora ricade nel sapere stesso, che prima era esattamente l’opposto, ossia era esso stesso l’inessenziale. Ora la verità dell’oggetto risiede nel mio considerarlo, nel fatto che in generale l’Io sa di esso.

(1) Ora per la coscienza i singoli Qui ed Ora che dileguano immediatamente permangono in quanto tali perché è l’Io che li trattiene, precisamente i suoi sensi, l’immediatezza di questi. (2) Un altro Individuo può affermare però che il Qui non è l’albero che abbiamo davanti agli occhi noi, ma un altra cosa ancora. (3) Le due verità si accreditano alla stessa maniera, alla stesso modo però “hanno entrambe il tempo che trovano” – per semplificare.

(1) Ciò che ora permane è l’Io come universale, “un semplice vedere-che mediato dalla singola cosa che gli è davanti” – parafrasando le parole del filosofo. (2) Certo si intende un Io singolo, ma dirlo nella sua singolarità – così come quella degli altri deittici – col linguaggio verbale è impossibile, poiché con loro vien detto anche ogni Io, ogni Questo, ogni Ora, etc. (3) La verità della certezza sensibile non risiede dunque né nell’oggetto, come visto prima, né nell’Io, come visto poi. I momenti della certezza sensibile cadono fuori la verità, ora si eleva a sua essenza la totalità di questa.

L’Immediatezza paradossalmente viene dopo l’immediato, così come l’essenza dopo l’essere indeterminato, ma anche dopo quello determinato, nella Scienza della logica.

(1) L’Io qui è puro intuire, fermo nel suo rapporto immediato, astrae da sé ogni sviluppo possibile. Per afferrare tale verità tale coscienza si chiude in questo rapporto, se ne sta “rintanata”. Per produrre conoscenza è necessario che essa indichi ciò che è l’Ora e il Qui; altrimenti dobbiamo immedesimarci con essa. In questo punto secondo me si passa incautamente, o per lo meno in maniera non fondata al cento per cento, tra la singolarità massima che la coscienza raggiunge nel sensibile, astraendo da ogni altra cosa, e l’universalità della produzione della conoscenza, la quale ha chiaramente bisogno di uno sguardo “terzo”. (2) Facendoci indicare l’Ora o il Qui li vediamo scomparire al tempo stesso. (3) L’Ora ad esempio “è stato” e “non è più”. A questo punto Hegel ricostruisce i passaggi: (a) Affermo l’essere dell’Ora, che però al tempo stesso si dilegua; (b) Affermo come seconda verità dell’adesso il fatto che esso consiste in un esser-stato; (c) l’esser-stato equivale a dire un non essere più. Hegel non sostituisce una verità con l’altra, le due sono collegate in quanto si riferiscono al medesimo fatto, quest’ultima verità (l’Ora non è) è nei fatti la negazione della negazione della prima verità. Con un’operazione oserei dire matematica – in realtà poi bisogna vederla meglio dal punto di vista del concetto – si leva la negazione della negazione e si ritorna così alla prima verità: l’Ora è. Qual è il risultato dunque? Che l’Ora non è immediato, pur considerandolo nell’immediatezza dell’indicare, esso piuttosto è il risultato di un processo, è mediato, un universale composto da diversi momenti.

(1) L’Ora, in questo processo in cui la negazione della sua negazione è levata, non è ciò che rimane identico a prima, intanto si è riflesso entro sé, poi si può dire che giunge ad esser sé in quanto ha trovato cittadinanza nell’altro da sé; la sua negazione ha evidenziato infatti l’esistenza di molti Ora. L’Ora è composto da molti Ora. Persino l’evento di indicare e ripetere l’indicazione per mostrare l’Ora rivela nei fatti la molteplicità dei momenti di quello che si riteneva l’assolutamente singolo ed immediato Ora. (2) Prendendo il Qui possiamo notare come vi siano chiaramente gli stessi molteplici momenti: un sotto, una destra, una sinistra, un sopra che ha a sua volta un altro sopra, etc. ognuno di questi momenti non è elementare, ma è mediato a sua volta dall’esser-altro. Ciò che rimane è il Qui negativo. Ossia, dal punto di vista del concetto, ciò che rimane di una determinazione è propriamente il negativo. (3) L’indicare stesso non è un sapere immediato, lo notiamo quando si giunge al Qui universale (il Qui riflesso in sé), a partire dalla mediazione dei tanti Qui all’interno del semplice Qui posto inizialmente nel rapporto immediato della coscienza con il suo oggetto del sapere.

Segue una critica a chi storicamente propugna una cieca fede nell’esistenza effettiva degli oggetti esterni, facendo leva sul loro essere sensibile. Segue anche un elogio al linguaggio verbale che in parte abbiamo già anticipato.

La verità dell’essenza dell’indicare (che più del semplice sentire nomina il fuoriuscire del sapere sensibile nella sua sfera precipua, in cui è prevista l’oggettività del sapere stesso – aggiungo io), vale a dire il Qui in quanto un insieme di molti Qui, mostra come più che essere questo un sapere effettivo sia in realtà un percepire/prender-per-vero (Wahrnehmung).

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.

Licenza Creative Commons
I contenuti di questo sito sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.