Eraclito – frammento 1

Partiamo dunque dal primo frammento, trasmessoci da Sesto empirico. Fu collocato al primo posto da Diels e Kranz, poiché secondo loro dovette essere una sorta di proemio di un ipotetico libro composto dal filosofo efesino. I due studiosi seguono l’indicazione di Sesto Empirico il quale afferma che Eraclito “comincia in tal modo il suo dire”. Si tratta in ogni modo del frammento più discorsivo, nonché del più lungo, tanto che questo stesso ha portato a pensare che il libro di Eraclito non fosse di frammenti, ma in prosa.

τοῦ δὲ λόγου τοῦδ᾽ ἐόντος ἀεὶ ἀξύνετοι γίνονται ἄνθρωποι καὶ πρόσθεν ἢ ἀκοῦσαι καὶ ἀκούσαντες τὸ πρῶτον· γινομένων γὰρ πάντων κατὰ τὸν λόγον τόνδε ἀπείροισιν ἐοίκασι, πειρώμενοι καὶ ἐπέων καὶ ἔργων τοιούτων, ὁκοίων ἐγὼ διηγεῦμαι κατὰ φύσιν διαιρέων ἕκαστον καὶ φράζων ὅκως ἔχει· τοὺς δὲ ἄλλους ἀνθρώπους λανθάνει ὁκόσα ἐγερθέντες ποιοῦσιν, ὅκωσπερ ὁκόσα εὕδοντες ἐπιλανθάνονται.

1)

Benché la ragione sia pur tale come si dirà (toude), sempre ignari sono gli uomini e prima di averla udita e a principio che l’hanno udita. Benché infatti tutte le cose si producano secondo cotesta ragione (essi) somigliano a gente affatto nuova ai discorsi e alle cose del genere di quelle che io espongo, distinguendo ciascuna secondo la sua natura e dicendo come essa è. Egli è che gli altri uomini ignorano quanto fanno svegliati, come non si ricordano di quanto fanno dormendo.

G. Gentile, Storia della filosofia. Dalle origini a Platone, pp. 51-59.

2)

Di questo logos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato; benché infatti tutte le cose accadano secondo questo logos, essi assomigliano a persone inesperte, pur provandosi in parole e in opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com’è. Ma agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di ciò che fanno dormendo.

(A cura di) G. Giannantoni, I presocratici. Testimonianze e frammenti, Laterza, Bari 1969, p. 194.

3)

Di questo logos che è sempre gli uomini sono incapaci di comprensione, né prima di aver sentito parlarne, né dopo aver sentito parlarne la prima volta; e anche se tutte le cose avvengono secondo questo logos, essi si mostrano inesperti, quando si cimentano in parole ed azioni, quali quelle che io presento, distinguendo ciascuna cosa secondo la propria natura, e spiegando come essa è. Ma gli altri uomini non sanno ciò che fanno da svegli, così come dimenticano ciò che fanno dormendo.

(A cura di) G. Reale, I presocratici, Bompiani, Milano 2006, p. 341.

4)

Benché il logos, di cui qui tratto, si dia costantemente – all’esperienza -, la gente ne è di volta in volta incapace di perspicuità, non lo intuisce prima di averne sentito parlare, né lo afferra una volta dopo. Sebbene infatti ogni cosa accada in accordo al suddetto logos, la gente dà mostra di non averne esperienza alcuna [apeiroisin] – soprattutto – nel frangente in cui si imbatte [peiromenoi] in descrizioni e in esempi pratici quali io le presento, quando faccio distinzione per ciascuna cosa in base alla peculiare natura, spiegando come essa sia. La gente non sa quel che fa da sveglia, in maniera del tutto simile a quando è dimentica di ciò che si fa quando si dorme.

Traduzione del sottoscritto (Ruggero Barberi).

  • Qualche accenno ai maggiori nodi interpretativi delle traduzioni:

Giannantoni e Reale decidono di non tradurre il genitivo assoluto iniziale, che invece sarebbe bene riportare. Essi stessi lo riportano però in seguito, nel secondo periodo. Il genitivo assoluto ha qui, in entrambi i casi, valore concessivo.

La questione intorno l’avverbio aei (‘sempre’), se vada riferito al participio eontos (‘essente’), che precede l’avverbio, oppure ad axunetoi ginontai (‘sono incapaci di comprensione’), della frase seguente, risale addirittura ad Aristotele. L’unico a sbilanciarsi, per quanto riguarda le traduzioni italiane edite, è Gentile, che riferisce l’avverbio alla frase che segue (ossia ad axunetoi ginontai, anziché al participio eontos); ciò lo porta però a tradurre la prima parte in maniera poco convincente, ma non per questo campata in aria (persino il traduttore storico inglese G. S. Kirk, negli anni cinquanta, traduce in maniera molto similare), ossia, invece di riferire il pronome dimostrativo toude (‘questo’) a logou eontos (banalmente: ‘logos che è’) fa il contrario, riferisce il participio stesso a toude. Il senso della traduzione gentiliana in questo punto è quindi il seguente: “il logos che è come mi accingo a trattarlo”. Va detto che il pronome toude può anticipare una descrizione (anche io infatti l’ho inteso così), traducendolo con qualcosa come ‘il seguente’, ma a questo punto va lasciato da solo, non bisogna appoggiargli anche il participio. La traduzione di Gentile (e di Kirk) infatti dà la sensazione di spezzare eccessivamente le prime due frasi, la principale e la concessiva. La traduzione corretta sarà perciò: “Benché il seguente logos sia/si dia…”; oppure: “Benché il logos di cui più avanti sia/si dia…”;  ancora meglio: “Benché il logos di cui mi accingo a parlare sia/si dia…”.

La traduzione “questo logos”, degli altri due, sembrerebbe appartenere decisamente troppo ad un linguaggio deittico, perciò si pecca un po’ di ingenuità, dal momento che anche se si affermasse semplicemente “questo logos”, si intenderebbe comunque: “ciò che riempie le pagine a venire”, “ciò di cui si discorre”; non “questo astratto logos, proprio questo, questo qui che tu non vedi ed io invece sì”.

Di Giannantoni e Reale, maestro e discepolo, la scelta di lasciare inalterata l’ambiguità dell’avverbio aei, molto probabilmente ricercata dallo stesso Eraclito. La medesima incertezza che riscontriamo noi nella lettura del primo periodo l’ebbe sicuramente il lettore greco, ma ciò non vuol dire che il senso della frase debba continuare ad essere per forza confinato nell’enigmaticità più totale. La particolarità della mia traduzione è quella di tradurre l’avverbio due volte (‘costantemente’ e ‘di volta in volta’), decidendo di dirimere l’annosa oscurità, forse persino contro lo stesso spirito eracliteo, ma sicuramente optando per una versione più scorrevole.

Segnalo l’interpretazione, piuttosto suggestiva, di M. Heidegger: il filosofo tedesco spezza logos e eontos e fa di questi i simmetrici complementi oggetto della frase, intendendo con il secondo termine ciò che lui chiama “l’essere dell’ente”. Heidegger adduce anche una spiegazione grammaticale: dal momento che tou de anticipa logos e toude precede eontos, egli legge in questa ipotetica ripetizione una sorta di parellelismo, che annullerebbe però di fatto la sintassi della prima frase. Per il resto il filosofo è d’accordo con chi lega l’avverbio aei alla frase che segue.

Va segnalato che axunetoi ha in Eraclito una valenza molto precisa, deriva da xunos, lett: ‘comune’. Axunetoi col suo alpha privativo quindi letteralmente suonerebbe: “privi di comunanza” o meglio: “privi di senso/intendimento comune”. Vedremo meglio xunos in DK 2 e in DK 114. Si può seguire anche il tag apposito.

Passiamo ad un altro nodo interpretativo. Nella mia traduzione ho evidenziato che Eraclito, nella principale del secondo periodo e nella successiva temporale, usa lo stesso verbo riferito sempre al soggetto della principale del primo periodo anthropoi (‘uomini’): il verbo è peirao (in aperoisin e peiromenoi), ‘esperisco’. Gentile qui se la cava egregiamente, per quanto riguarda la scorrevolezza, ma tralascia di riportare la suddetta evidente dialettica ossia: “gli uomini non esperiscono, neppure quando gli viene data la possibilità di esperire riflessivamente ciò che non afferrano normalmente”. Giannantoni non riconosce la temporale o comunque decide di non tradurla, appesantendo di fatto la resa. Infatti personalmente qui sono d’accordo con Reale nel rendere che gli efesini con cui ha discusso lo stesso Eraclito danno mostra “di non aver esperito” quando effettivamente gli viene data la possibilità di dimostrare di riuscire a raccapezzarsi nei discorsi vis-à-vis di Eraclito, che ripercorrono ciò che fa parte della esperienza, però da un punto di vista (azzardo) il più trascendentale possibile, data l’epoca. In questo modo abbiamo dunque reso noto il senso di questo periodo potenzialmente astruso, che riepiloghiamo: gli uomini/la gente/costoro non sono in grado di ripercorrere la loro esperienza, neppure quando gli viene offerta la possibilità di riflettere su concetti o esempi che implicano proprio quella; per questo essi sono come dei dormienti, che non sanno quel che fanno quando la coscienza è a riposo.

A questo punto posso parlare dell’inciso che aggiungo nella mia traduzione: all’esperienza. In linea di principio l’aggiunta si può anche non leggere, il senso comunque è questo: “sebbene il logos sia sempre presente, in maniera trascendentale, alla mente – in quanto proprio ciò che fa sì che le cose possano essere presenti alla mente”. Semplifico: “sebbene il logos sia costantemente accessibile all’esperienza, in quanto ciò che la accompagna, rendendola possibile”; “sebbene” – appunto – “il logos ci accompagni sempre, perché accompagna sempre l’esperienza”.

Si può confrontare il frammento 55 riguardo la centralità di una conoscenza empirica (“vista”, “udito”) o comunque che ottenga il riscontro della ragione, quell’apprendimento (mathesis) appunto riscontrabile – mi si perdoni la ripetizione.

Nel mio precedente tentativo di traduzione, dopo l’avverbio sempre/costantemente avevo aggiunto l’inciso “all’ascolto del senso”: nonostante mi ispirasse di più, mi rendo conto che risulterebbe un po’ ostico da digerire.

Il senso del logos eracliteo, comunque, continueremo ad apprezzarlo più avanti con altri frammenti.

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