Eraclito – frammento 10

Συνάψιες ὅλα καὶ οὐχ ὅλα, συμφερόμενον διαφερόμενον, συνᾷδον διᾷδον, καὶ ἐκ πάντων ἓν καὶ ἐξ ἑνὸς πάντα.

1)

Convengono il tutto e il non-tutto, l’accordo e il disaccordo, la consonanza e la dissonanza, e da tutto uno e da uno tutto.

G. Gentile, Storia della filosofia. Dalle origini a Platone, pp. 51-59.

2)

Congiungimenti sono intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico, e da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose.

(A cura di) G. Giannantoni, I presocratici. Testimonianze e frammenti, Laterza, Bari 1969, p. 198.

3)

Congiungimenti: intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico, da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose.

(A cura di) G. Reale, I presocratici, Bompiani, Milano 2006, p. 343.

4)

Correlazioni: Intero e non intero, corrispondente differente, consonante dissonante, dal tutto l’uno e dall’uno il tutto.

Traduzione mia.

  • Commento:

Il primo termine – e il più difficile da rendere – è synapsies (proprio la parola da cui deriva ‘sinapsi’) e che vuol dire letteralmente ‘connessioni’.

Ho provato a renderlo con ‘co-adattamenti’ che sarebbe stato intanto reso possibile dal senso traslato che ha il greco apsis e l’analogo latino aptum: entrambi in questo senso possono significare appunto ‘adattamento’. Ma l’eccentricità della sua forma unita ad una non efficiente resa concettuale – dal momento che i contrari che si adattano reciprocamente perdono gran parte della loro asimmetria e del loro dinamismo – mi ha fatto cambiare idea. Altresì reputo che ‘connessioni’ o ‘congiungimenti’ non siano traduzioni bastevoli, ma non per questo sbagliate (in tal caso favorirei però la prima); mentre la traduzione di Gentile ‘convengono’ non è esatta, ma è elegante e in un certo senso ha una buona resa. Opto dunque per un termine abbastanza lineare come ‘correlazioni’, poiché per lo meno ha il vantaggio di non essere eccessivamente sintetizzante (come invece lo è ‘connessioni’ e soprattutto ‘congiungimenti’), proprio perché diversamente si vedrebbe annullare la crasi tra i due termini contrari, che sebbene nell’insieme producano “armonia” sono pur sempre in conflitto tra loro. Il conflitto medesimo – pur nella sua unilateralità – è irriducibile ed è l’indice di irrequietezza dei termini opposti e dunque del divenire stesso; è all’interno di questo infatti che va trovata “l’armonia invisibile” di cui parla Eraclito.

C’è da capire in cosa synapsies sarebbe diverso da synferomenon (‘corrispondente’): sono sinonimi oppure no? Propendo nell’intendere il secondo come un termine più sintetizzante di quanto non lo sia il primo. Le “corrispondenze” che si hanno tra due termini in generale sono in positivo, ossia i due termini che genericamente intendiamo come corrispondenti non possono essere troppo diversi tra loro, devono avere qualcosa di facilmente riconoscibile in comune; trattandosi di contrari ciò risulta impossibile, dato che per definizione essi non hanno caratteristiche positive in comune. Le “correlazioni” invece si possono basare benissimo su relazioni negative, appunto perché il concetto stesso di “relazione” non annulla affatto la negatività, ossia i mutamenti, le tensioni etc. Le “correlazioni” dunque sono su un piano più teoretico, superiore, rispetto il semplice piano di chi osserva le “somiglianze di famiglia” (parafrasando un grande filosofo del ‘900).

Con questo frammento apriamo la questione riguardo en (‘uno’, sostantivo neutro), se vada sostantivato oppure no. In questo preciso potrebbe anche non esserlo, ma in seguito noteremo, nei numerosi richiami all’en, come esso sia utilizzato anche in ambito teologico (in riferimento a Zeus) e cosmologico, per cui mi sento di poter continuare a pensare che en possa – laddove sia possibile – essere concepito in senso forte, ossia come l’uno. Penso che il tentativo di voler epurare concetti ad esempio come il logos e l’uno da metafisismi vari, teologici e cosmologici, non sia un’operazione retta (che io stesso ho tentato, salvo ritornare sul piede di partenza). Spero di stare dimostrando il perché e di continuare a farlo.

Nel caso di questo frammento l’uno va considerato più precisamente come quel senso di assolutezza – e di unità appunto – che è avvertibile dall’accostamento di due termini contrari. Da una parte un simile senso emerge proprio dalla tensione di questi due, che insieme simboleggiano un mondo a sé stante, una totalità definita (“dal tutto l’uno”); mentre dall’altra l’uno viene concepito come il principio stesso della dualità, ossia di ciò che l’esperienza ci mostra e che ci suggerisce essere l’aspetto necessario di una totalità (“dall’uno il tutto”).

Un altro modo di leggere ciò che viene detto in ultima istanza è considerare l’uno e il tutto come lo stesso, ma su piani differenti: il tutto più precisamente come il semplice senso di totalità/assolutezza e l’uno come il nocciolo individuale di quest’ultimo; garante e custode di ogni forma di organizzazione (kosmon ‘ordine’ cfr: fr. 30) e addirittura del logos stesso – ossia del potere unificante medesimo. A questo punto en acquisirebbe un valore fortissimo in senso ontologico.

 

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.

Licenza Creative Commons
I contenuti di questo sito sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.