Eraclito – frammento 41

εἶναι γὰρ ἓν τὸ σοφόν, ἐπίστασθαι γνώμην, ὁτέη ἐκυβέρνησε πάντα διὰ πάντων.

1)

Non c’è se non una sola saggezza, conoscere la ragione che governa il tutto e ciascuna cosa.

G. Gentile, Storia della filosofia. Dalle origini a Platone, pp. 51-59.

 

2)

Un’unica cosa è la saggezza, comprendere la ragione per la quale tutto è governato attraverso tutto.

(A cura di) G. Giannantoni, I presocratici. Testimonianze e frammenti, Laterza, Bari 1969, p. 205.

 

3)

Esiste una sola sapienza: riconoscere l’intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose.

   (A cura di) G. Reale, I presocratici, Bompiani, Milano 2006, p. 351.

4)

In una cosa principalmente consiste l’esser saggi: nel cogliere – la traccia del – l’intelligenza che governa tutte le cose (panta) attraverso le cose stesse (panton).

Traduzione mia.

  • Commento:

Ho tradotto gnomen con l’aiuto di un inciso “la traccia dell’intelligenza” proprio per rendere ancor di più l’ampio spettro del significato del vocabolo. Gnomen è derivato come gnosis dal verbo gignosko ‘conosco’. Questa parola in ambito greco è giunta a indicare un tipo di conoscenza di ordine morale e appunto un tipo di sentenza che contrassegna una alta conoscenza di tipo morale-sapienziale. ‘Gnomico’ è nella nostra lingua sinonimo di ‘sentenzioso’ infatti. Analoghi di altre lingue affini abbracciano altri significati ancora: è il caso del latino notus (anticamente gnotus) e il sanscrito jnanam, quest’ultimo più affine a gnosis, nel significato. Cosa è gnomen? è l’aspetto di ciò che il logos umano riscontra e riconosce intorno la reale natura delle cose; si tratta qui del segno di una “intelligenza naturale presente nell’uomo o semplicemente diffusa nella natura”. Un simpatico esempio potrebbe giungerci dalla parola ‘gnomo’ – diretto derivato di quello – ossia lo “spiritello”, una forma di intelligenza prettamente naturale – in ambito popolare e magico.

L’evidenziare con l’inciso ‘traccia’ quello che è pur sempre un significato primario di gnomen, ossia ‘segno’, ‘contrassegno’,  è chiave nell’ottica di quel discorso eracliteo che sto tentando di far emergere, intorno la conoscenza che ottenga riscontro empirico e razionale (cfr: DK 1, DK 55). La traccia o anche il ‘segnale’ che va colto è infatti l’en, l’unità dei differenti, l’armonia nascosta.

Questo frammento tra l’altro è utile ad avvalorare il valore cosmologico del logos, toglie i dubbi ad esempio sul senso della seconda concessiva nel frammento 1 (“Sebbene infatti ogni cosa accada in accordo al logos…”), ma proprio perché capiamo come sia contemplato da parte di Eraclito una intelligenza che non solo è immanente nelle cose, ma che allo sesso tempo le dirige.

Come le dirige? Tramite le cose stesse. Letteralmente viene detto: “governa tutte le cose tramite tutte le cose”. Qui però ho voluto dare risalto non tanto al “tutto”, alla totalità, ma al fatto che l’intelligenza sia nelle cose e operi dunque in maniera non esteriore rispetto esse. Potremmo dire che il tutto sia amministrato autonomamente, poiché si dirige tramite i suoi stessi componenti, solo che va riconosciuto come il principio di questa azione cosmica sia da identificare nel logos-gnomen (in quanto “intelligenza”). Anzi proprio in questo consisterebbe l’esser saggi, proprio nel capire che v’è un principio regolatore, il quale non è estraneo dalle cose stesse.

Da rilevare lo sforzo di traduzione di Giannantoni, che ci dice qualcosa di assai diverso.

Giannantoni intende gnomen come la ragione causale – il “perché strutturale” – e attribuisce alla relativa valore strumentale, pensando forse che termine episthamai (lett: ‘comprendere’) possa avere una accezione forte come in Platone. Episteme per il filosofo ateniese sta ad indicare infatti la scienza stessa. C’è però da dire che trasforma il verbo attivo ekubernese in un passivo. Quindi l’essenza della saggezza consisterebbe secondo questo intendimento nel conoscere le dinamiche secondo la quale il tutto è governato, mentre in DK 50 basta “ammettere”, “convenire”, “dire in conformità al logos” (omolegein) che tutto è uno.

Un’altra profonda questione è data dalla formula che troviamo anche in DK 32: en to sofon (lett: “uno il sapiente”, “una la sapienza”). Lì, assieme a tanti altri, mi sono sbilanciato nell’affermare il valore ontologico di en, qui – neppure in questo caso sarei solitario – la traduzione non funziona alla stessa maniera. In qualche modo i due frammenti sono collegati, proviamo a capire come. Anzitutto to sofon è un neutro, il che sarebbe un modo per rendere astratto un concetto; pensiamo a quando cerchiamo di esprimere una certa essenza, la quale però tentiamo pure di dotarla di una qualche concretezza: “il divino”, “il sacro”, “il tremendo” – si diano per buoni questi come esempi. Tradurre to sofon con ‘saggezza’ o ‘sapienza’ non è sbagliato, anche se altrove troviamo nei frammenti sofie, che più propriamente esprime l’astratto. In DK 50 en to sofon è personificato tramite il verbo ‘volere’, è inoltre affiancato da un altro aggettivo, mounon – ‘il solo’, ‘l’unico’, il “reale” -, che lo rende per lo più esclusivo, mentre qui è un principio al quale ci si può uniformare. Il succo più ridotto possibile di ciò che ravvedo è quanto: esiste una sapienza che è di origine divina – ed in ultima istanza ci si identifica pure col divino – alla quale ci si può uniformare (tanto grande è il potere del logos), ma che al contempo ha un grado di separatezza rispetto tutto il resto (DK 108), proprio come la legge umana discende dalla divina, quando però quest’ultima è ben superiore l’altra, eccede a lei (DK 114).

Segnalo la traduzione inglese di Kirk: epistasthai gnomen viene tradotto con “to be skilled in true judgement”, ossia qualcosa come: “aver capacità nel retto giudicare”.

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