Il serpente come simbolo presso gli egizi. [1/4] Il demiurgo Amon in quanto serpente

Questo è un estratto in quattro parti dell’appendice al mio saggio Su Michele arcangelo e la viverna. Clicca per l’abstract del saggio.

Personalmente ritengo che i sacerdoti egizi fossero notevoli speculatori. La loro fu senza dubbio la religione più concettuale dell’antichità, una sorta di teoretica in immagini. Non è infatti è un mistero il legame tra la “sapienza egizia” e  gli inizi della filosofia e della religione stessa greca.

Qualcuno potrà notare come ci sia molto Hegel nella interpretazione, il fatto è che quella egizia sembra vagamente una Scienza della logica  in immagini ante litteram!

Stando al tema: il serpente presso gli egizi è un simbolo di una profondità e di una vastità (concezioni apparentemente contraddittorie) inaudite. Spero di darvene saggio a partire dal seguente scritto, in medias res, come piace a me.

Il Sé – serpente

 

Segnalo una interessante ridefinizione della cosmogonia ermopolitana ad opera dell’alto clero tebano devoto ad Amon-Ra, risalente al periodo del nuovo regno: lo spirito cosmogonico Amon, letteralmente ‘il Misterioso’, ‘il Nascosto’[1] – la Causa fondamentale nella sua imponderabilità, nella sua stessa assenza di posizione e quindi in realtà anche di fondamento[2]–  è pensato come un succedersi di generazioni, inizialmente serpentine ed anfibie. Nella sua oscura forma primeva esso è il serpente Kematef, letteralmente ‘colui che ha compiuto il suo tempo’, ossia data l’assenza di riferimenti circa questo “suo tempo”: il-già-immediatamente-trapassante. A questo succede altrettanto immediatamente il serpente suo figlio Irta ‘creatore della terra’ (ossia dell’indifferenziata materia primordiale), concepito proprio come forma successiva di Amon. È in pratica lo stesso serpente che ne diventa un altro: viene così rappresentato il primo apparire della mediatezza[3], precisamente non già nella forma del semplice sdoppiamento di sé, ma in qualcosa di molto vicino, ovvero nella forma del trapasso in un altro se stesso. Da tale azione viene delineata poi l’Ogdoade, dove è presente lo stesso Amon, ma che è concepita essa stessa nel suo insieme come un’altra sua forma[4].

L’Ogdoade precede la creazione vera e propria, in essa vengono incluse quattro coppie – collaboranti come una totalità – di assoluti negativi: fisionomie sfocate e insondabili di un unico assoluto ancora indifferenziato[5], che altro non è se non la nebula causale. Le figurazioni in coppie segnano che lo sdoppiamento iniziale è stato assimilato e riprodotto quale raddoppiamento, ovvero un processo senza sorta di soppressione, senza rilevamento del potere nullificante. Ora la mediatezza si è stabilizzata in unità mediatrici ed è giunta a maturità per eleggersi a generazione. Dopo aver esaurito il loro compito tali unità però periscono[6], dal momento che la mediazione sembra dileguarsi al sopraggiungere[7] dell’immediato. Esse sono: (1) l’oceano primordiale, Nun-Naunet – potremmo dire, esasperando la suggestione, il puro “Non” – plasma dalle infinite potenzialità, che comunque offre resistenza alle determinazioni dell’essente – ; (2) le tenebre, Keku-Keket, coloro che «Introducono la luce»[8], ossia che preparano l’atto generativo; (3) l’infinità dello spaziotempo indeterminato, Huh-Huet, ma anche in virtù di speculazioni linguistiche la volontà di cercare uno sbocco, un sito esterno[9] – ciò che in seguito diventa il campo dell’es-istenza; (4) la causa nascosta in quanto tale, Amon assieme al suo aspetto femminile Amonet.

La causa, dopo essersi sostanziata nella collinetta primordiale Tatenen[10] ‘terra che si solleva (dal Nun)’, offrendo così supporto per le manifestazioni, si sintetizza come Kamutef, ‘il toro di suo madre’ – vale a dire l’increato autogeneratosi che procrea a sua volta in quanto “toro”, in quanto potenza fecondatrice. Quest’ultimo è in realtà un’altra forma dello stesso Amon: simboleggia Min, l’Amon itifallico, la procreazione medesima.

Indi Ra, come frutto del processo, che col suo corso dà inizio agli eventi visibili.[11]

Ciò che è interessante notare, oltre lo svolgimento della causa, è come la figura del serpente sia concepita quale mediatezza pura, quale elemento instabile che si media da sé; essa è precedente l’opposizione, ha però l’opposizione interna: esemplifica qui lo svolgimento in senso assoluto. Come mostrato da tale cosmogonia, la verità del serpente come rappresentazione è tra l’irrigidimento autosopprimente (una “morte” che però ha la funzione di rimettere in moto un certo materiale) e la stessa potenza generativa – di cui Min rappresenta l’aspetto puro. In Kematef il serpente è la ri-mozione pura – lo abbiamo incontrato infatti nelle vesti dell’immediato dileguarsi -, l’opposizione pura, ossia senza controparte – lo svanire subitaneo di una scintilla senza che se ne sia vista la nascita, o il crollare di un assoluto blocco di irrequietezza, che non appartiene ad alcuno spazio-tempo. Nella consequenzialità Kematef-Irta, il serpente figura lo sdoppiamento, ossia l’opposizione in sé che mette in moto la mediatezza in quanto tale[12]. Con Irta dunque, la forma del serpente-figlio – ossia del generato -, viene mostrato il lato generativo o mediativo del primo serpente, proprio di quel suo assoluto tramontare. È interessante come in Kematef non si assista tanto ad uno stato di cose che viene rovesciato, contingenza questa utile al fluidificarsi di ciò che nello stato di cose tende a fissarsi, esso si rovescia da solo e per di più immediatamente. Come se fosse previsto da parte di chi ha realizzato tale teogonia, che il primo assoluto riferimento a sé dell’immediatezza sia altrettanto immediatamente una mediatezza; è stato infatti negato alla prima figura cosmogonica che assumesse un vuoto riferimento a sé, indirizzando questa verso il suo destino in maniera del tutto istantanea e indolore.

Alfine non ci resta che avvertire la presenza del potere del serpente nel delineamento medesimo delle entità rettili ed anfibie dell’Ogdoade, questo in quanto assistiamo alla natura sua ed alla sua generazione rettiliforme. Il delineare stesso, che tecnicamente non è un autentico differenziare, bensì il semplice sbozzare la differenziazione, è infatti un’azione appartenente alla potenza della mediatezza e dunque una fase del suo svolgimento. Effetto di tale delineamento è la posizione dei complementari assoluti, che vanno considerati come abbozzi di strutturazione del Sé-serpente, i quali infatti posseggono a loro volta potere mediativo. Essi preparano la germinazione del potere (auto)generativo (quello di Ra): potere che è l’opposizione stessa nella sua verità.

Schema della generazione fino a Ra, presso Tebe:

Kematef (primo Amon dalla forma di serpente; muore subito) → Irta (Prolungamento del primo Amon, anche lui dalla forma serpentina; muore in seguito, prima crea) → Ogdoade (otto divinità rettili e anfibie, suddivisi in quattro coppie, che esauriscono il proprio compito facendo in modo che il sole si autocrei; Amon-Amonet è presente in quanto una coppia delle quattro) → Tatenen (altro nome di Ptah, demiurgo di Menfi. Passaggio questo importante per suggellare la sintesi delle divinità demiurgiche secondo cosmogonie precedenti) → Kamutef (è il Ba dell’Amon itifallico, ossia Min; in esso viene evocato un dio demiurgico ancestrale, è comunque, in questa sistemazione, l’atto creativo che comincia a dare manifestazione di sé) → Ra (all’inizio come Khepri. Egli è ciò che produce la realtà in quanto tale, prima di lui solo un processo interno e oscuro).


[1] Il vero nome di Amon è “nascosto” agli stessi dèi, egli «Ha la natura del Ba», è il Ba supremo.

[2] Infatti diremmo più precisamente: “la causa nello sfondamento”, in quanto la causa fondamentale è Min, ‘Colui che è stabile’. Min è neter più antico di Amon, esso è già venerato in età predinastica, citatissimo nei Testi delle piramidi, quando invece il secondo è citato unicamente come componente dell’ Ogdoade. Non è escluso che lo stessa radice verbale imn (‘essere nascosto’), onde il nome Imn, ‘Amon’, derivi dalla radice verbale mn (‘essere stabile’), cui Min, Mn, dà personalità.

[3] Si parla per il momento di ‘mediatezza’ e non di ‘mediazione’ dal momento che il processo non è entrato nel culmine della creazione, non “è uscito fuori da se stesso”.

[4] Dall’Inno 200 di Leida (nuovo regno): «Un’altra delle sue forme è l’Ogdoade».

[5] Le coppie cominciano a differenziarsi solo con Geb e Nut, infatti Shu e Tefnut – la generazione precedente – rappresentano elementi impalpabili e solo qualitativamente distinguibili. È Shu che ha il compito di separare Geb-terra e Nut-cielo. Le coppie della terza generazione sono quelle già differenziate e quindi particolarizzate: Osiride – Iside (coppia feconda), Seth – Nephti (coppia infeconda). Posto che l’Enneade è sistema teologico più antico di quello dell’Ogdoade, questo nostro è un tentativo di sistematizzazione, nel pieno proseguimento dello spirito teologico egizio.

[6] A Medineth Habu, nella riva opposta a Tebe, v’erano addirittura le loro tombe, così come quella di Kematef.

[7] Nella parte che viene infatti vi è un processo nel processo, ossia l’immediato, Ra, che sta per porsi da sé. Qui il ruolo da protagonista lo ha però la Causa, Amon, non tanto il principio, per cui questo sembra apparentemente procreato.

[8] Secondo quanto riportato in  E.A.W. Budge, Gods of the Egyptians Part 1, cit.

[9] Huh, da Hh, ‘cercare’. M. Tosi, Dizionario delle divinità dell’antico Egitto. Le divinità, l’iconografia, i rituali, Ananke, Torino 2011.

[10] Fondando in tal modo la stessità con Ptah, il demiurgo di Menfi.

[11] La parte da Tatenen a Ra la si estrae dall’importante Inno 200 di Leida, che è antecedente, non di molto, la variante vera e propria di cui si accenna sopra.

Dal momento che nella versione più recente (quella che menziona le generazioni serpentine) l’Ogdoade si trasferisce da Tebe ad Ermopoli – luogo da cui emerge Tatenen, la collinetta primordiale –  al fine di dar inizio alla generazione vera e propria, non reputo le due parti inconciliabili, anzi, tutt’altro.

[12] Per quanto riguarda la mediatezza in tal punto: dapprima, in Kematef, la possiamo osservare a ritroso nello stato contraddittorio di essere anche immediatezza. Ciò da una parte contribuisce a rendere l’assoluto nella rappresentazione (in quanto unità di mediatezza e immediatezza); dall’altra si dichiara lo stesso assoluto, per lo meno quello iniziale, come avente una piega in sé, contraddittorio.

 

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