Il serpente come simbolo presso gli egizi. [2/4] Apophis

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In questa seconda parte interpreto l’antica figura di Apophis alla luce dell’Amon-Kematef, prodotto dalla teologia tebana (nuovo regno). Apophis – forma grecizzata di Apep – è il serpente gigante nemico di Ra. Ogni notte, secondo i teologi di Eliopoli, il serpente cerca di bloccare la nave solare di Ra. A volte è Seth sulla prua a cacciarlo con una lunga lancia. Altre volte è Ra stesso a ferirlo a morte, nella forma di Grande Gatto. Apophis però non muore mai definitivamente, dopo lo scontro infatti si rigenera, per tentare l’attacco nella notte successiva.

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Spingendoci ancora oltre, possiamo ravvisare come in Apophis – l’aspetto che si oppone attivamente al sole durante il suo “tragitto” notturno – il serpente rappresenti sempre quella stessa opposizione, bensì per sé, ossia contrapposta “ad altro”: è perciò qui da intendersi come la contrapposizione pura, assoluta. Il ruolo di ostacolatore della rinascita del Sole cela però una funzione essenziale, di difficile comprensione, quella dell’autorigenerazione[1]: il dispendio di energia dovuto alla stimolazione priva di maniere del serpente-mostro impedisce al principio d’inerzia di prevalere su Ra; un elemento fattosi puramente esterno (Apophis) stimola così la potenza propriamente creativa (Ra) all’auto-ri-creazione, mentre ciò a rigore dovrebbe avvenire senza alcun intervento esterno, irriflessivamente, a partire dalla potenza creatrice stessa. Naturalmente, aggiungerei, ad aver bisogno di una tale esterna stimolazione, frutto però d’una astrazione, non è tanto l’astro in sé quanto piuttosto ciò che rappresenta: la luce dell’Io conscio, collettivo e individuale.

Dunque, senza armarmi intenzioni blasfeme, vorrei condurre al riconoscimento di come il serpente Apophis, l’arcinemico dell’ordine e del dio solare, sia in verità lo stesso primordiale aspetto di Amon-Ra residuo nell’ascosità notturna (Amon vuol infatti dire ‘l’Ascoso’); detto altrimenti: il Sé sostanziale non strutturato.  Tale ascosità è il luogo in cui Ra, il sovrano delle cose manifestate, intercetta l’irrequietezza senza tempo di Amon, ossia di colui che è il suo stesso recondito Sé[2]. Si potrebbe obiettare al fatto che si stia tentando di riconsiderare figure che hanno consolidato i propri ruoli in epoche diverse (Amon e Apophis), tuttavia Apophis è pur sempre uno scarto che prende forma nel Nun, ossia nel “brodo cosmico” o nella “materia primordiale”, è ovvero un’ombra della causa primigenia, che questa sia rappresentata in Neith, Amon o Atum. Da un punto di vista quindi esso è quello scarto assoluto che si attua nel momento stesso della creazione tra la causa e il causato, nonché la trascendenza della causa rispetto al principio. Col suo fantasmatico segnalare la mancanza di anello di congiunzione, esso esemplifica al negativo la possibilità stessa della riunificazione tra causa e causato e della medesimazione[3] tra principio e causa.   

Apophis stesso d’altronde è autorigenerante come Ra nell’aspetto notturno di Sokar[4] – la rigenerazione notturna del sole -, è ossia partecipe di quell’eterna potenza vitale che in Ra è nell’aspetto principiale e visibile, in Amon nell’aspetto causale e trascendente, in Osiride nella attualizzazione e per-fezione, in quanto “Opera”(Osiride è chiamato “opera del faraone”, nei testi delle piramidi).

 

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[1] Vedasi il capitolo LXXXVII del Libro dei morti dove il serpente Sata, ‘figlio della terra’ si dichiara come quello che passa ogni notte a rinnovarsi per essere messo nuovamente alla luce. Esso è presumibilmente una forma di Ra, una sorta di nuovo germe di Ra.

[2]Amon, il nascosto supremo Ba, nomina il “segreto” originario di Ra, nonché di tutti i viventi; questo lo si può affermare prendendo spunto dalla teologia tebana, dato che l’accostamento di Amon a Ra o ad Atum è possibile solo dal nuovo regno. I teologi tebani dimostrarono in maniera accentuata di possedere quel genio sintetico religioso-speculativo proprio della cultura panegizia, per cui riuscirono a contemplare una triade somma, rappresentata trinitariamente, di quelli i quali furono principalmente dèi demiurghi di alcuni tra i più importanti centri di produzione cosmogonica-teologica, Eliopoli e Menfi, oltre che a Tebe; riuscirono quindi a sintetizzare tre forme aventi la stessa funzione, o quasi, nel rispettivo nomo di appartenenza:

 

Tre sono tutti gli dèi, Amon, Ra, Ptah, i quali non hanno eguali 

Nascosto è il suo nome, in quanto Amon (‘il Nascosto’)

Il viso è Ra

Il corpo Ptah

Le loro città sono edificate per l’eternità

Tebe, Eliopoli, Menfi.

(Inno di Leida, pleida I-350, stanza 200).

 

La funzione demiurgica ad Eliopoli la ebbe Atum che però va considerato, in base a successive elaborazioni, l’aspetto dell’integrità originaria e sovramondana di Ra: «Io sono Atum quando sono solo nel Nun, sono Ra quando appare glorioso, al momento in cui inizia a governare ciò che ha creato». Dal Libro dei morti cap. XVII.

[3] Non si poteva scrivere né ‘medesimezza’, in quanto termine astratto, né ‘immedesimazione’, in quanto riporta ad un’altra sfera. Ricordo la forza portentosa del termine ‘medesimo’ che viene dal latino metipsimum: met- (rafforzativo) ipsimum (superlativo di ipsum). ‘Medesimazione’ è una sorta di somma riunificazione senza scarto, ma che parte dallo scarto come fondazione assoluta.

[4] Ha l’aspetto mummificato e talvolta il colorito verde, come Osiride, e la testa di falco, come Ra.

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