Il serpente come simbolo presso gli egizi. [4/4] Testimonianze aggiuntive

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Proseguendo nel raccogliere i richiami alla figura del serpente, si può ancora citare che uno degli aspetti più misteriosi di Horus, Harsomtus, ‘Horus conciliatore delle due terre’, è pensato sia come «Ra stesso», sia nella sua primeva forma di «Divino serpente», come appare dalle iscrizioni nel tempio di Hathor a Dendera.[1] Nella cappella omonima all’interno del tempio viene raffigurato come un serpente che sorge da un loto al centro della barca solare. In un’altra cappella si assiste anche alla suggestiva e graficamente elaborata nascita del dio nella forma di serpente.[2] Harsomtus è chiamato anche Rasomtus, ‘Ra conciliatore delle due terre’, ed è associato al serpente Sata, nominato nel Libro dei morti.[3] 

All’interno del capitolo CLXXV del Libro dei morti, nel dialogo tra Atum-Ra il demiurgo per i teologi eliopolitani ed Osiride, Atum dice: «(…) poi distruggerò tutto quello che ho creato (…). Io sono quegli che resterà, con Osiride, dopo essermi di nuovo trasformato in un serpente, che gli uomini non conoscono, che gli dèi non vedono».

Nel libro Amduat risalente al nuovo regno è sempre un serpente a mediare tra morte e vita, in questo caso tra If, la ‘carne’ del corpo di Ra morto, e la sua rinascita: If-Ra penetra nella coda dell’enorme serpente Nau e risbuca dalla bocca nella forma di Khepri, l’aspetto che definisce il suo rinascere. Il serpente sembra così segnare un semplice quanto misterioso svincolo rivitalizzante, un tragitto per cui è possibile una sorta di cammino a ritroso ringiovanente: Il serpente è un mezzo visivo per rappresentarsi l’unità – nella sua elementare figura – e al contempo la dualità – nei due poli, testa e coda -, tramite esso si può invertire nella coerenza della rappresentazione il processo vita-morte; eppure quanto appena sintetizzato non può certo esaurire tutto il discorso, in più vi sono le componenti sessuali e quelle relative al temperamento ctonio che contribuiscono a fare del serpente un simbolo di una profondità unica e, come mostrato, dalla natura assai ambivalente.

Questo stesso serpente Nau è chiamato anche ‘il Ka di colui che fa vivere gli dèi’ e ‘Vita degli dèi’ ed è identificato nel Libro dei morti con l’antico serpente Neheb-kau[4], il cui nome, che tradotto suona ‘colui che tiene insieme i ka’, sottolinea nuovamente il suo ruolo di mediatore.[5]

Quanto riportato riguardo l’Amduat accade nella descrizione dell’ultima ora notturna, la dodicesima, mentre precedentemente, nella sesta, il corpo morto che già reca il germe della rinascita – simboleggiato dallo scarabeo – ha a che fare con un altro serpente ancora: è incubato infatti dal serpente ‘dalle molte facce’, una forma di Mehen, che cinge a sé Ra portando la sua coda fino una delle sue bocche.[6]  

[1] Dendera II, 164.

[2] M. Smith, On the primaeval ocean, Museum Tusculanum Press, Copenhagen 2002.

[3] Vedi nota 57.

[4] Cap. CIVIX.

[5] M. Tosi,  Dizionario delle divinità dell’Antico Egitto. Le divinità l’iconografia, i rituali, cit.

[6] Ivi. Cfr. C. Manassa, The Late Egyptian Underworld: Sarcophagi and Related Texts from the Nectanebid Period, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden 2007.

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