Il Diavolo e la tentazione di Gesù. Una interpretazione

jesus temptation dorè

Questo è un estratto del mio saggio Su Baphomet di Eliphas Levi, ovvero Satana-Lucifero in quanto principio. clicca qui per leggere l’abstract. In questa interpretazione confluiscono temi psicoanalitici e teoretici. Si tratta soprattutto di una occasione per soffermarsi sulla figura del diavolo nei vangeli.

Tentiamo ora di dare uno sguardo a parte di quanto è detto sul Diavolo nei vangeli, con un occhio il più possibile fenomenologico, che ci permetta di procedere cercando una chiave di lettura nel magma confuso dell’aspetto kerygmatico della scrittura e quindi non in senso prettamente cristiano.

Il diavolo è indubbiamente una figura molto presente nei vangeli. Viene fatto dire a Gesù che esso un tempo cadde dal cielo (Luca 10,18); inoltre in Giovanni 8,44 gli viene fatto dichiarare che al diavolo la verità non vi inerisce in alcun modo, in quanto egli è piuttosto il «padre della menzogna»: ciò tradotto vuol dire che Satana non ha alcuno statuto principiale, non è un essere necessario. Eppure Gesù stesso, sospinto dal suo nuovo spirito, va a farsi tentare da quegli: appena ricevuto lo Spirito di Verità, battezzato nel corpo e unto nello spirito, Gesù si incammina da solo nel deserto apposta per essere tentato (in accordo a Matteo 4,1), per essere messo alla prova. Che tipo di prova?

Si ha a che fare dunque con un cammino, la cui chiave di volta è il battesimo e la discesa di un nuovo spirito, una nuova superiore coscienza. Apriamo una parentesi che esula dal testo e dalla cristologia per affacciarci a concezioni di stampo decisamente più  teoretico e psicologico.

In generale, perché qualsiasi contenuto psichico venga affermato, esso deve superare l’opposizione inconscia che gli offre il negativo. Come si può apprezzare dalle ricerche sul piano psicoanalitico di Matte Blanco, nell’inconscio il lato affermativo di un contenuto convive col lato negativo, il quale spesso non è una mera opposizione, ma un concetto rovesciato, una paradossale simmetria[1]; ad esempio, se il conscio è giustificato nell’affermare una proposizione che immaginiamo rispondere alla realtà e cioè, utilizzando l’esempio di Matte Blanco, «Giovanni è padre di Pietro», la controparte logica inconscia può “replicare” qualcosa come: «Pietro è padre di Giovanni». Nell’inconscio dunque non risiederebbe solo il contrario speculare di quanto affermiamo nella dimensione conscia, ma in esso il negativo e il positivo sarebbero addirittura identici, ben più che omogenei dunque! Questa confusione incappa anche con un principio di cattiva generalizzazione[2], per cui le figure ‘padre’ e ‘figlio’, ad esempio, non essendo definite nella logica inconscia, vengono allargate ad altri insiemi: Ciascun membro ‘uomo’ può essere confuso con la figura ‘padre’ e probabilmente – ricostruendo una ipotetica stratificazione inconscia – più in profondità ancora ci si potrebbe riferire a classi sempre più generali. Ora, a livello meno proposizionale, potremmo scorgere proprio sulla base di questo esempio dei conflitti inconsci che si manifestano e che sono comunque in attesa di essere riconosciuti come tali. Ad esempio un figlio da parte sua può arrivare a percepire il padre al tempo stesso sia come un modello in cui identificarsi, sia come una figura da superare. Per non parlare poi del caso in cui la figura paterna si imponga pesantemente come modello, per via della sua autorità o di una influenza particolarmente negativa: allora il figlio o diventa seriamente remissivo, nel processo che porta alla formazione del carattere, o reagisce in completa ribellione, in base ai valori trasmessi da quegli; ossia va producendosi un’esasperazione di un conflitto non riconosciuto alla base. Interpellando il mio pensiero più da vicino su questo punto, direi che la figura del padre non equivale a quella del genitore: mentre quest’ultima si riferisce all’individuo in sé e la si definisce rettamente quando si vuole dare una distinzione netta tra l’individuo generante e quello generato – pur avendo il figlio una relazione appunto di diretta discendenza da questo – nella figura del padre è implicito dell’altro. Quella del padre è una figura più pregna: il padre come colui che fa penetrare la propria presenza nella psiche del figlio ed è perciò in un certo qual modo preminente nel dare un indirizzo di sviluppo. Il padre dunque come avviatore nella formazione dello spirito, caratteristica questa che in età adulta può diventare autonoma nella psiche (sì, proprio la funzione “padre”) o rimanere in dipendenza della figura genitoriale. L’influenza del padre, o comunque la sua “ombra”, si auspica che decresca, una volta catturate le chiavi del meccanismo dell’indirizzo di sviluppo. Chiudiamo la parentesi. Il succo è che solo se il sentimento della contraddittorietà lambisce le rive del conscio allora il contenuto comincia a farsi consapevole, dato che il senso di contraddizione nell’inconscio non è contemplato.

Se poi affermiamo “fa freddo” mentre percepiamo l’esatto opposto, ossia se dichiariamo non intenzionalmente il contrario di quello che l’esperienza qualitativa ci offre, è facile riconoscere i segnali di un livello mentale momentaneamente abbassato, una situazione in cui la forza della convinzione non ci supporta abbastanza. Quello che emerge in tali lapsus mostra pure che, perché un contenuto si affermi, esso ha bisogno di una nozione sedimentata del contrario: più l’esperienza del contrario è forte, con più forza un contenuto può affermarsi; per converso, se l’esperienza del negativo viene vissuta come traumatica ciò può decretare il blocco della capacità di quel determinato contenuto di affermarsi o addirittura, nei casi che portano alla depersonalizzazione, l’incapacità diffusa perché i contenuti psichici si affermino. L’affermativo è tale perché inconsciamente emerge vincitore da una lotta di cui per lo più neppure ce ne accorgiamo.

Ritorniamo ai vangeli. Dopo il battesimo nel Giordano dunque la Verità (il riferimento è qui in accordo allo spirito di verità che procede dal Padre in Giovanni 15,26) in Gesù, essendo stato appena unto e perciò essendo appena divenuto egli il Cristo, ha preso piede, si è incarnata ed aspetta una risposta da parte dell’individuo, che auspicabilmente deve fondersi con essa pienamente ed autonomamente e dunque non in maniera unilaterale, ossia né a favore della divina coscienza – con probabili effetti spersonalizzanti – né a favore dell’uomo Gesù – ossia senza mutamento alcuno della sua personalità e della sua coscienza. A tal punto si rende perciò palese uno scarto che pare abissale, in cui inerisce l’ombra, appunto, ma non è questo il luogo per approfondire ciò che rappresenta l’ombra dal punto di vista sostanziale e psichico, la dialettica tra Es e Sé tout court, dove bisogna piuttosto tener fermo quel focolaio entro cui dimorano energie che necessitano di una riorganizzazione, energie che appartengono al Sé tutto, le quali paiono avere autonomia e che si staccano dall’Intero della coscienza.

Semplicemente: cosa è quella voce che importuna Gesù e che tuttavia egli aspetta? Che rapporto ha con lo Spirito Santo o Spirito di Verità e con l’incarnazione di questo in un singolo uomo, ossia nel caso in cui si dà una sua discesa particolare?

È come se l’opposizione del negativo – a livello psichico – nella sua estremità possa arrivare a risultare come un attacco, come se fosse passibilmente recepita alla maniera di un’accusa scagliata contro. La coscienza “satanica” provoca così una istigazione “cattiva” per testare il valore del contenuto che è candidato nell’affermarsi – nel diventare “positivo”. Una simile provocazione dev’essere pur in grado di affossare definitivamente tale contenuto, ecco che la prova così assume una sua netta rilevanza. Ciò coincide col negativo in generale?

Secondo suggestioni qabbalistiche[3] Il contenuto di negazione deriva dalla “sinistra” di Dio, ovvero il lato giudicante, in Satana questo però ciò è solo l’accusa, soltanto una forma del contenuto di negazione e per di più con un riflesso di autonomia rispetto all’Intero della coscienza. In un tale ambito infatti sarebbe giustificata la tendenza a considerare le cose in modo forzatamente unilaterale, cercando a tutti i costi una forma a cui ci si possa appigliare per trarre la ragione a proprio vantaggio; chi si comporta in un simile modo dev’essere considerato come cieco nei confronti del Contesto, all’Intero della coscienza, vive principalmente in un clima di ignoranza circa esso. Tutto ciò raccogliendo le suggestioni di cui sopra, dato che Samael potrebbe voler dire qualcosa come “dio cieco” o “cecità di Dio”.

Tuttavia questo far di tutto per ottenere ragione appellandosi ai ritagli più impensabili di verità potrebbe avere un suo perché strutturale e comunque risulterebbe essere attivo all’interno della psiche nel processo di fondazione dei contenuti, seppur negativamente.

Dunque Gesù, nella solitudine del Sé contro sé, nel frangente in cui la solitudine diventa sfiancante, al termine dei famosi quaranta giorni, dovette affermare la Verità in sé di modo che questa potesse insediarsi nella sua personalità e potesse rifluire spontaneamente a partire da lui medesimo. Ipotizzo che le tentazioni ebbero come oggetto il Sé, ad esempio quando Satana chiede a Gesù di adorarlo, sono propenso a pensare che Gesù abbia dovuto lottare contro un residuo di egoità che avesse richiesto una sorta di auto-adorazione. Sempre secondo una lettura fenomenologica, ossia cercando di prendere il vero essenziale a partire da quanto è stato scritto. La Verità instillata nel cuore infatti non tollera disposizioni egoiste, allora la dimostrazione della Verità deve vertere contro il lato individuale della sua incarnazione e della sensazione di esubero, di potenza, che può comportare nel piccolo ego. La dimostrazione non deve essere di potenza, ma di potere; il potere di venire a capo di sé e dunque anche e soprattutto delle forze inconsce.

Arriviamo all’ipotetico lato strutturale di questa voce accusatoria o vessatoria che a volte si fa interiore, ma che il più delle volte è a livello incosciente. Un contenuto di verità deve scontrarsi con la concretezza, con il suo rendersi reale, dal momento che una verità pura è inconsistente, astratta, vuota – niente di nuovo, come si può anche estrapolare da alcune lezioni hegeliane. Per questo deve innanzitutto aver coscienza del suo opposto, della menzogna, per differenziarsi e realizzarsi, dal momento che una verità non affermata coabita col suo negativo, che si determina appunto come menzogna[4]– senz’altro aggiungere, non ci importa infatti determinare la natura di verità e menzogna, né indagarne la loro relazione simmetrica o asimmetrica che sia. Qui il nodo sostanziale difatti è che la verità stessa entra direttamente in conflitto con una dimensione di ignoranza connaturata nella psiche. Quella stessa che, paradossalmente, pone le condizioni fondamentali per una conoscenza obiettiva, dal momento che generalmente in funzione di una condivisione, di una dimostrazione, di una comunicazione, si deve dare per acquisito che il contenuto stesso da esternare non sia ancora noto all’interlocutore. Nell’estrinsecazione di un contenuto bisogna dunque partire da un “punto zero”, è necessario allora possedere entro l’orizzonte psichico una tale acquisizione, l’unica che permette il fiorire di uno sguardo “terzo” nella mente, un punto di vista il più possibile obiettivo e dunque in cammino verso la verità. Tale dimensione di ignoranza, peraltro, è come se fosse una sorta di giaciglio dell’Io, il luogo in cui esso riposa ed è protetto: il ‘Non’, ovvero ciò che assorbe in sé e filtra le disomogeneità nei riguardi della stessità o ipseità dell’Io. Ecco dette, in estrema sintesi, alcune funzioni essenziali del negativo a livello psichico. In generale il negativo si presta anche al ruolo di matrice: funge da sostrato in cui possono generarsi novità; eppure anche in questo ruolo non gli vengono meno le sue proprie forze di attrito, dal momento che il seme della particolare novità ha bisogno di una sollecitazione più o meno opprimente, che induca una reazione determinante perché la novità possa cominciare a vigere. Nella “vittoria” risultante da una simile opposizione l’elemento satanico trova risoluzione e cessa di esistere, se non altro in quel determinato piano in cui la verità si sia affermata. Un simile elemento, come spettro della potenza dell’Io di astrarsi da sé, si fa da parte allorché venga raggiunto un nuovo senso di immediatezza e di autocoscienza.

La verità o qualsiasi altro contenuto positivo trova così in sé un movimento contrario che la fa emergere come tra i flutti di correnti contrapposte ed è quindi suo dovere venire a capo di questa stessa opposizione che partecipa perciò al suo processo fondativo, assorbendo la sostanza del contenuto che si oppone e trasmutandone invero la forma. Questa lotta genera il principio di realtà. Tralasciamo la complessa relazione tra verità e realtà – astratte – per arrivare direttamente alla sintesi: anche la Verità se vuole realizzarsi, deve avere una sua vita, deve farsi contingente. Infatti una verità che non raggiunga una forma adeguata perché possa venire riconosciuta, accettata, assimilata, potrebbe suscitare in chi si imbatte in essa reazioni in opposizione non solo nei confronti di quella particolare verità, persino il suo senso stesso della verità in generale potrebbe risultare intaccato o addirittura corrotto.

Ribadisco dunque che in sé il potere di opposizione non coincide con questo Satana, dato che esso sarebbe piuttosto una forma che incarna siffatto potere e neppure in maniera esclusiva: ciò che rappresenta è coinvolto nella sollecitazione per tirar fuori certi contenuti psichici, per stimolare reazioni, ma allo stesso tempo può anche seppellire il particolare embrione psichico candidato a prender vita. Quest’ultima infatti è l’attrattiva riservata a tale coscienza; quest’ultima dunque, paradossalmente, la garanzia sul principio di realtà. Farne a meno potrebbe dirsi impossibile: è il caso della zizzania nel campo di grano nell’omonima parabola, estirparla prima del tempo vorrebbe dire estirpare altresì il grano, solo dopo la mietitura la zizzania viene infatti bruciata.

Insomma, se un ruolo principiale debba essere dunque attribuito a Satana, ciò non può non considerare la sua identità più autentica: quella dell’accusatore, quella di colui che διαβάλλει, che ‘mette conflitto tra le parti’ (e non semplicemente ‘divide’, dato che questo potere appartiene allo spirito in generale).

[1] «Il sistema inconscio tratta la relazione inversa di qualsiasi relazione come se fosse identica alla relazione. In altre parole, tratta le relazioni asimmetriche come se fossero simmetriche», I. Matte Blanco, L’inconscio come sistemi infiniti. Saggio sulla bi-logica, trad. it., Einaudi, Torino 2000, p. 44.

[2] «Il sistema inconscio tratta una cosa individuale (persona, oggetto, concetto) come se fosse un membro o elemento di un insieme o classe che contiene altri membri». Ibidem.

[3] Nel Sepher Ha-Bahir, il primo libro qabbalistico vero e proprio, la sephirah Gevurah viene definita la mano sinistra di Dio, la cui qualità sarebbe nientemeno che il “male”.

Più in là, sempre nella tradizione qabbalistica, prese piede il pensiero di una dimensione per indicare più da vicino la rappresentante delle forze oscure, chiamata semplicemente “Altra Parte” (Sithra Arha), in qualche modo eccedente dalla parte sinistra dell’albero sephirotico. Dunque la “malvagità” metafisica e morale sarebbe il risultato del puro lato ‘giudicante’ quando non mitigato dalla grazia, dalla misericordia, dal lato amorevole della divinità, ossia dalla parte destra (vedi G. Sholem, op. cit., p. 128). Secondo lo Zohar, persino nel Sithra Arha sarebbe nascosto uno scampolo di luce, «un sottile barlume di luce del lato della santità» [in Giulio Busi (a cura di), Zohar, il libro dello splendore, Einaudi, Torino 2008, p. 128].

[4] Più la verità è profonda, più la determinazione della menzogna viene anticipata. Infatti si potrebbe assumere che la menzogna venga determinata tale soltanto una volta determinata effettivamente ed in modo parallelo la verità: non è sempre così. Più la verità è principiale e più il suo negativo rappresenta lo sforzo di quella verità nel determinarsi.

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