Krishna figlio di Devaki: un personaggio storico?

 

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In questo breve scritto raccolgo degli appunti che ho formato da mie ricerche intorno alla questione di Krishna come figura “storica”

Krishna è l’incarnazione di Vishnu più popolare in India, nonché la forma di questo più venerata, tanto che i vaishnava, i seguaci di Vishnu, spesso si riferiscono a Krishna come sua identità più prossima. La vita di Krishna ci è riportata dal purana (lett: “le antichità”) vaishnava denominato Srimad Bhagavatam, il quale, secondo i devoti, ritrae gli atti compiuti circa quattromila anni prima della composizione di quella stessa agiografia. Nonostante quindi i purana siano stati messi per iscritto durante il periodo equivalente al nostro medioevo, i devoti sostengono che i racconti risalgano effettivamente all’età in cui si ritiene Krishna sia esistito (verso la fine del IV millennio a.C.), la cui morte avrebbe deciso peraltro l’inizio del Kali-Yuga, l’era che segnerebbe il declino morale e spirituale dell’umanità. È dunque chiaro come non ci si possa basare sui purana per determinare Krishna come figura basata su un personaggio storico, neppure il Bhagavad Gita incluso nel Mahabharata  può venirci tanto in aiuto, a causa del contesto antistorico; composizione questa decisamente meno recente, ma sulla quale grava oltretutto l’incertezza riguardo la data di composizione (Tra 400 a.C. e 400 d.C.).

Eppure Krishna è concepito come l’ultima incarnazione di una divinità, la più fulgida e venerata, ed è concepito come un personaggio realmente esistito, senza dubbio alcuno; il che non è una prova, ma ciò potrebbe comunque instillare il desiderio di approfondire.

Allora alcuni vaishnava sostengono che la più antica menzione “storica” la si ottiene da una upanishad inserita nei Veda in età tarda: il Mahanarayana upanishad; sostengono così che la menzione di Vasudeva (I, 29), un nome attribuito a Krishna stesso a partire dal Bhagavad Gita, in un testo comunque antico ed eminente, sia la prova che gli antichi conobbero un certo Krishna, considerato poi avatar di Vishnu. Non solo questa non dev’essere considerata la prima menzione di Krishna, ma gli indizi, in tal punto, sono insufficienti persino per farne una citazione di un personaggio assimilabile a Krishna. Il contesto è esclusivamente religioso e in più viene citato il nome Vasudeva una sola volta (“Possiamo noi meditare su Vasudeva“) come epiteto di Vishnu al pari di Narayana.

Qual è dunque la prima menzione che abbiamo di Krishna? La troviamo in una delle upanishad vediche più antiche (VIII – VI sec. a.C.), nella Chandogya upanishad (III, 16,6):

Allorché Ghora Anghirasa ebbe ciò insegnato a Krishna figlio di Devaki, disse…[1]

“Krishna figlio di Devaki” è indubbiamente il personaggio che stiamo indagando. Come considerare questa riga, importante, anche se purtroppo non risolutiva della questione? La mia ipotesi è che qui venga presentato Krishna non come una divinità, né, immediatamente, come un avatar, ma comunque come un personaggio arcinoto, il quale ebbe un maestro di cose sacre, notizia, quest’ultima, che ci interessa e non poco. Un altro aiuto ci viene dall’etimologia: Krishna vuol dire né più né meno “Il Nero”. Da chi è stata portata la cultura vedica in India? Da popolazioni di carnagione chiara. L’amministrazione degli affari religiosi, in modo ancor più speciale nella fase vedica della religione indiana, era appannaggio esclusivo di gente etnicamente ariana: i brahamani, i sacerdoti, erano bianchi; né le popolazioni autoctone, dravidiche, scure di carnagione, potevano accedere al culto vedico. Quindi una denominazione così forte come quella di Krishna, ossia “Il Nero” – che tanto sa di nome attribuito non dalla nascita -, mi pare vada connotata etnicamente; il messaggio che vi ravvedo è dunque il seguente: un personaggio attivo sin dalla gioventù e dalla carnagione scura mostrò nell’antichità una predisposizione così forte nei confronti delle sacertà vediche, una eccellenza nell’apprendimento degli insegnamenti dei saggi, che divenne inizialmente famoso proprio per questo motivo, dal momento che dovette far molto effetto vedere un non ariano, anzi, probabilmente un fuori casta, intendersi così bene delle cose sacre. 


[1] (A cura di) Pio Filippani-Ronconi, Upanishad antiche e medie, Bollati Boringhieri, Torino 2007, p. 174.

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