Quei benedetti bordini (ovvero il Buddha in un libro). [parte 2/2]

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***

Si combatte verso un frammento di orgoglio autonomo, se così si può chiamare, che non si sa bene a cosa appartenga.

Si necessita un cambio di dimensione. Forse due soli passetti, per quanto gravosi, non bastano.

Intorno, poi, l’aria si fa più fresca, l’orizzonte visivo più largo e la luce, naturale o artificiale, penetra più facilmente nel cervello. È il momento in cui il cuore sbilancia l’esserci e lo fa scivolare provvidenzialmente verso la strada della sincerità pura: un senso semplice e assieme inconsueto, proprio per via della sua vicinanza all’interiore, rispondente solo alle leggi di questo. E allora bisogna raccogliere l’evento, anche qualora esso si incarni in forme modeste o ingenue. La forma in questo caso ne accoglieva e ne adottava un’altra: quella del Buddhismo, la parte, tra quelle note, più vicina al di lui intendimento.

Semplice, forse poco altisonante, ma sorridente; quasi quasi anche: Vero.

«È il Nirvana[1]? Il Nirodha[2]? Forse solo il Nibbana![3]» – che è lo stesso del Nirvana, ma suonava comunque a lui troppo buffo. Eppure cresceva la persuasione che l’essenza dei contenuti di quel libro – che pur rimanevano incogniti – fosse perfettamente esemplificata in quei poveri bordini. Se fosse stato effettivamente così, finalmente un libro utile in tutti i sensi! Una liberazione in piccolo, se non altro dalla dittatura neuronale, stava sicuramente schiudendosi.

Un animato: «No, mannaggia!…» non fu il saluto da parte dell’entità nevrotica per il disgregarsi di una formazione oppressiva, a lei devota, ma un richiamo – ennesimo paradosso – perché il fastidio, che al momento originava in lui una certa ispirazione, non l’abbandonasse. Voleva infatti fissare in qualche modo un’esperienza che, per la sua insignificanza di portata, assumeva però un enorme guadagno per la salute psichica. Poi però si ricordò dell’impostazione di alcune dottrine psicologiste, che prevedono, per la terapeutica messa in scena di un trauma, uno svolgimento per lo più esteriore: più che la ragione riflessiva, ad accrescersi come un bove, in tal caso è molto più probabilmente la mera individualità. Inoltre non giudicò giusto irretire un contenuto che ora fluiva serenamente. Ciò nonostante si trattenne ancora per poco e ritenne di formulare una sintesi del tipo del buddhismo Mahayana: “Non vi è dualità tra Samsara[4] e Nirvana[5]– cosa che ai suoi occhi rimaneva comunque un gioco di prestigio. Allora appuntò sul quaderno: “Non v’è dualità tra il Dharmakaya[6] e i bordini”. Ciò corredato da un commentino che non ci è pervenuto, essendo stato ripudiato quasi immediatamente. Immagino però si volesse dire che i bordini avrebbero dato corpo ad una somma verità – la sola che può arrischiarsi in dimensioni così misere – capace di instaurare, nella mente e nel cuore, una struttura fausta per ogni modo di concepire; oppure, nell’accettazione di quei bordini, sentiva più vicino a sé un senso di una ragione genuina e virtuosa, in grado di fornire una nuova landa a forze nervose altrimenti incontrollabili. In ogni caso era ormai appianato quel sentiero per la riabilitazione di tutti quei patetismi da cui la mente intellettuale ha l’ansia di sfuggire, ma a cui, a volte, è persino pericoloso rinunciare. 

Rese così infinite grazie a quei benedetti bordini. 

[1] “Estinzione”

[2] Per lo più “Cessazione”

[3] Nirvana in sanscrito, Nibbana in Pali.

[4] “Trasmigrazione”

[5] Ossia tra il ciclo delle rinascite e l’annientamento dello stesso.

[6] “Involucro della Legge”, corpo buddhico più elevato, nella riflessione del Buddhismo che sta per generare la corrente Mahayana.

 


[1] “Estinzione”

[2] Per lo più “Cessazione”

[3] Nirvana in sanscrito, Nibbana in Pali.

[4] “trasmigrazione”

[5] Ossia tra il ciclo delle rinascite e l’annientamento dello stesso.

[6] “Involucro della Legge”, corpo buddhico più elevato, nella riflessione del Buddhismo che sta per generare la corrente Mahayana.

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