Quei benedetti bordini (ovvero il Buddha in un libro). [parte 1/2]

La prima parte di un mio racconto. Attenzione: materiale altamente nevrotico.

 

Quei bordini attaccati tra loro proprio non gli andavano giù: bordini di paginette preziose, almeno secondo la quotazione di mercato di quel libro, pur sempre commerciale. L’edizione in effetti era di gran classe. Perciò quei bordini tagliati male dalla fabbrica non li poteva sostenere, sebbene fossero in schiacciante minoranza. Nella collezione di quel tipo di edizione egli cercava la perfezione, non già quella formale in senso stretto, bensì nella cura delle traduzioni, dei commenti e delle introduzioni. Infatti se vi fossero state edizioni economiche, si diceva con più di qualche filo di consapevolezza, di certo avrebbe acquistato quelle.

«Ma allora perché tanto tormento a quella vista?» continuava a domandarsi.

Il caso volle che il libro in questione fosse dedicato al Buddhismo, quello degli inizi: un’antologia dei testi dell’antico canone degli Anziani; laddove risuona ancora l’originaria forza morale degli esordi. Mancava d’altro canto l’Abhidharma – la sezione più “filosofica” – cosa che lo aveva deluso moltissimo, forse il motivo per cui sin da subito non era riuscito a legare con quel libro “preziosissimo”.

«Eh Beh, non sono mica buddhista io! desidero che il libro sia perfetto, con quello che vale!». In ogni caso lo colpì eccome questo fatto, un affare molto poco “buddhistico”.

«Ah, ma allora del Buddhismo non ci ho capito nulla!». Eppure, davvero, lui non era buddhista, in generale non sposava nessuna dottrina, “rubava” un po’ dappertutto – sentendosi in ciò decisamente in buona compagnia. Perciò, in tal caso, del Buddhismo non gli interessava granché, quanto piuttosto dei cogitamenti condivisi sinceramente, come il non-attaccamento; oppure di alcuni nei confronti dei quali sentiva, pur non provando pieno convincimento, un senso di rispetto di media profondità, come l’impermanenza generale di ogni che.

«Un libro in fin dei conti è soggetto ad un invecchiamento precoce, non va considerato come mero bene materiale…» pensava sforzandosi di razionalizzare.

A ciò va aggiunto che il suo interesse per l’Abhidharma non si conciliava con il macroaspetto che più apprezzava del Buddhismo, sempre quello delle origini, ossia l’antimetafisismo. Infatti quando giungeva a sentirsi spalmato dai metafisismi della pur molto amata cultura vedica e post-vedica, tendeva, risospinto da una sorta di inerte intellettualismo, verso il pensato del Buddha Śakyamuni, l’antimetafisico non-teista (più che per assunto, per pura metodologia). L’Abhidharma non figurava nella raccolta, d’accordo, ma questo alimentava la sua confusione circa una mancanza effettiva di riconoscimento della situazione che gli si parava innanzi e che pur ammetteva, tuttavia tale spiraglio di coscienziosità si ritraeva ogniqualvolta sfogliava il libro, con i bordini ormai da lui tagliuzzati, in modo da tentare di renderli omologhi alle altre pagine.

Dopo aver cambiato morfologia a quei bordini si domandò se fosse finalmente soddisfatto del risultato. Lo fu solo in un primo momento. Eppure non vi era in lui una incipiente, paranoica, fissazione, quanto un fantasmatico ottenebramento, che gli causava non poco disagio, persino senso di inferiorità nei confronti dei contenuti di quel libro. Allora cambiava via via prospettiva: chiudeva il libro e lo riapriva in diversi punti per appurare che non si sarebbe notato nulla. Nel frattempo i pensieri si formavano da sé: «Ecco qui che risbuca…» come un nume onnipotente  «…lo spirito buddhista,  in questa visione delle cose come esse sono, in vista della pura considerazione della vacuità». Due secondi abbondanti di assoluto terrore lo impietrirono. «Ma questo nella dottrina originaria non è poi così in evidenza!». Sopraggiunse così il momentaneo rilascio, con tanto di sospiro interiorizzato. Quindi, dato che il libro non trattava gli sviluppi del Buddhismo, ecco decresciuta la portata di quel pensiero. Il problema si faceva dunque meno ingente, anche se probabilmente a torto, nell’accreditare la correttezza della concezione, tuttavia non quanto a l’esito ansiolitico di tale ravvedimento.

«Da questo lato sembra tutto a posto… Ma è perfetto! Ed io che credevo…». Immediatamente però, a cagione della sua deformazione speculativista semi-professionale, il pensiero attentava il cuore, non sazio mai di prospetti lisci e precisi. E la palpitazione, che lui stesso si vergognava di provare, cresceva finanche a rassegnazione avvenuta; quest’ultima mai del tutto doma: «Cavolo, da qui si vede eccome!». La domanda spontanea, ossia sottostante all’ingegno tecnicista, fu: «Ho fatto bene a tagliarli o no?». Eppure la soluzione non sarebbe stata poi così un miraggio, sarebbe bastato portarlo in una qualsiasi rilegatoria: «Altri soldi non ce li spendo! poi mi cambiano pure i risguardi e questo davvero non lo desidero!» anche se sull’ultimo punto non era poi così sicuro. Sentiva allora che il problema dovesse risieder in una sorta di sua inadeguatezza, la quale poteva essere superata solo usando il libro – senza usurarlo naturalmente; doveva viverlo di più. Poiché però quel libro, come tanti altri, lo aveva acquistato non certo per leggerlo nell’immediato – si trattava di un’opera voluminosissima -, bensì come supporto per futuri studi, questo proposito non poteva essere soddisfatto. Dopo averlo riannusato e ripulito da minuscoli peletti, materializzati misteriosamente sul taglio posto orizzontalmente, lo ripose sullo scaffale, insieme agli altri consimili. Cercò di volergli bene, collo sguardo, superficialmente; ne provò una scialba compassione, mista ad una sottile rabbia esteriore, non radicata.

«Ci dev’essere qualche parte del cervello che non mi funziona del tutto bene…» pensò. Dalle sue celeri ricerche – tanto gli bastava, infatti – trasse delle ipotesi circa l’eventuale nodo neurofisiologico: «Chissà, forse questo giro cingolato anteriore… dell’emisfero sinistro però.. quello del destro mi funziona bene, son sicuro…». Non del tutto convinto, forse proprio in virtù di qualche impigrimento della corteccia al livello del giro cingolato anteriore dell’emisfero sinistro o di qualche zona contigua, sfogliò con diffidenza il famigerato libro. Solo il glossario però: «Cittekaggata[1]…non è proprio quello che mi ci vuole…Vipassana[2]..hm…» intuiva forse che una visione chiara, nonostante tutti i suoi sforzi individuali, non l’avesse ancora ottenuta, non volle però approfondire, perciò continuò disordinatamente: «Dhyana[3]…ah, secondo il curatore, vorrebbe dire anche estasi?!». Una simil novità lo infastidì ancor di più. Era un problema filologico più che concettuale – sapeva di non essere ancora edotto circa gli aspetti dottrinali particolari: vi sono termini così connotati tecnicamente che l’uso sfumato andrebbe colto dentro tale significato; altrimenti si perde la significazione. In caso contrario è come se si aggiungesse ad esso una sorta di batterio, di quelli non troppo efficaci, capace sì di alterare lo stato di salute generale, ma in maniera impersistente. Almeno questo pensava al momento, in un altro non riusciva a capacitarsi di come fosse in grado di porsi in disaccordo con pensieri elaborati in precedenza: «Il significato sfumato è rivelatore della significazione!» quando essa appare al fin intorpidita; in barba al significato tecnico – il cui genere è da sempre lì lì che rischia lo smarrimento nella vuota astrazione. Perlomeno trovava un pizzico di sollievo nel constatare quanto fosse buffo ai suoi occhi il Pali, la cui rotondità pareva replicare il linguaggio che l’infante usa per far scoppiare le proprie stesse risa: “Dhammacakkapavalattanasutta”, ciò che lo divertiva maggiormente.

Qualche periodo trascorse normalmente finché un innocuo sguardo rientrante non intercettò casualmente il libro, dal contenuto oscuro e dalla forma parzialmente mutila, che riposava indisturbato sullo scaffale. Ad un pensiero di diffidenza, stavolta rivolto verso lui stesso, seguitò subito un altro che volle tentare il livello di indulgenza raggiunto. Allora finse di mostrarsi deciso, agguantando il tomo con un gesto rapido e certo, cercando, riuscendoci in larga parte, di dissimulare il nervoso. Tolse il cofanetto ed esaminò le pagine chiuse onde verificare l’eventuale presenza di parassitelli. Pronto a poggiarlo sulle ginocchia giunte, era già con le mani che sudavano freddo: in realtà un tipico effetto di contatto per ogni tomo della collana. Dal momento che cercava di circuire il problema, senza però voler abbandonare l’intento, sfogliava le pagine a blocchi: in modo da tutelare la carta delle singole pagine da ipotetiche fuoriuscite di forza nervosa, tesa e pronta a strappare. Entrava così in atto la seconda finzione: quella di ricercare con interesse un qualsivoglia contenuto di saggezza, simulando una futura auspicabile panoramica sulle pagine. Per sperimentare, una volta per tutte, cosa sarebbe accaduto se, in uno stato di rilassatezza e stimolata curiosità, l’occhio fosse stato rapito dalla riscoperta. Dopo non molto aveva già ceduto. Allora, stanco anche di trattenere la tensione, prese un bel blocco di pagine e le sfogliò rapidamente in direzione di quelle poche corrotte, sperando che una sufficiente velocità gli avrebbe consentito di sorvolare con tranquillità quei perimetri orrifici. Non si notava davvero nulla; ma ciò non era sufficiente: il ricordo aveva riaperto la ferita, e così i bordini delle pagine dovettero essere analizzati uno ad uno, da entrambi i prospetti. Il gesto di rimettere mano alla forbicina del coltellino svizzero, per ridefinire il suo lavoro, fu, solo quello, un’opera di trascendimento. Dopo si rese ormai conto che i bordini avevano acquisito una forma affossata proprio perché i risvolti erano piegati all’interno sin dalla fabbricazione. Si dissuase immediatamente dall’idea, sorta istantanea, di collocare l’oggetto al fondo di una pila di libri, tra i più pesanti che possedeva. Esaurito, ancor di più dalla ripugnanza morale, ripose il volume. Senza fiatare.

La mente somigliava ad un gomitolo srotolantesi velocemente e interminabilmente: il problema risiedeva in porzioni di filo un poco più interne, doveva ancora essere perlomeno intravisto, essendo già stato presentito. La sensazione di non poter penetrare un problema pur avendolo circondato non dovrebbe essere tra le più gratificanti. Paradossalmente il fastidio dava una impennata nell’accelerazione del processo di srotolamento, manteneva viva la sollecitazione. 

A volte sembrava scorgere qualcosa: «Può essere che?!…ma seh!…». La soluzione, già pronta e assoluta, non poteva essere così banale, per cui l’intelletto egoico inibiva automaticamente interi settori del cervello. Chissà, forse esso ha interesse nel salvaguardare una formazione egoica per come sia addivenuta; oppure la formazione egoica, per qualche motivo, cede usualmente nei confronti di una nevrosi. Anzi, di un’entità nevrotica, intenta a scimmiottare, convinta, un capo dittatoriale, che riesce a rendere pro regime – per pigrizia? Timore del Nuovo? – tutti i neuroni chiamati in causa.

Come un magnete nei confronti di un altro, veniva attratto e poi respinto intorno quella direzione. Ma la mano non aveva fatto ancora presa. Tanto che egli addirittura riusciva a dimenticarsi dell’auspicabile avvento della soluzione, a favore della contingente distrazione di turno.

«Ancora quel pensiero..» – che, si badi, non era stato ancora capito. Come se la soluzione circolasse già nel sangue, senza però che vi fosse possibilità di identificare la sostanza in questione – cosa che per una mente teoretica è indispensabile. Eppure le riflessioni, proprio nei momenti più sciolti, crescevano di intensità. Il dittatore, dalla fisionomia sempre più primatoide, stava forse perdendo consenso tra i neuroni… troppo olio di ricino per inibire potenziali più elettrizzanti.

 

 

clicca per la seconda parte.


[1] “Incentrazione”, ossia attenzione su un unico punto

[2] “Visiona profonda”

[3] Per lo più “Meditazione”

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.

Licenza Creative Commons
I contenuti di questo sito sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.