Sogno di Sebastian

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La scena è la descrizione di un certo tipo di pena di morte. Qua si muore in coppia. Uomini e donne innamorati che hanno passato anni insieme vengono condannati insieme. Vedo un uomo orientale, alto, magro e con gli occhi a mandorla, che viene condotto a uno strano patibolo. L’uomo è terrorizzato, ma non appena si ritrova davanti alla sua innamorata – a sua moglie presumibilmente – tutto si rasserena e la scena diventa di una dolcezza profondissima. I due vengono legati a un palo di legno alla vita, ognuno con una corda diversa, mentre per mani e piedi vengono usate le stesse corde. Ora, l’uno di fronte all’altra come due cristi in croce faccia a faccia, vengono immersi completamente nell’acqua sottostante fino ad annegare. Bisogna immaginare il patibolo come la pala di un grande elica dietro cui ce ne è sempre un’altra con un’altra coppia già condannata.

 

[Di seguito dettagli aggiunti estrapolati duramente da me a seguito della conversazione]

 

-La sera a cena c’era una coppia, lui orientale, lei occidentale.

-Nel sogno guardavo e mi immedesimavo con l’orientale: quel sollievo l’ho proprio provato io.

-Mentre buona parte della giornata l’ho passata insieme a una ragazza che mi piace…

-Comunque, una cosa importante è che il condannato viene portato al patibolo dove la di lui consorte è già pronta e legata al palo, serena se non serenissima.

 

[Descrizione del dispositivo contenente i patiboli che mi è stata fatta:  si tratta di una elica di legno a croce e che gira, i cui rami sono in realtà altre due croci una davanti l’altra – dove le coppie vengono legate. Il totale di quattro coppie, destinate a morte certa per annegamento].

 

  • Interpretazione:

Caro Sebastian, questo tuo sogno lo dovrai ricordare per tutta la vita, oltre ad essere bellissimo si tratta infatti di uno di quei sogni essenziali che non capitano per niente spesso. Il sogno essenziale si distingue ad esempio da quello numinoso, due categorie di sogni tra le più illuminanti: mentre quest’ultimo presenta figure e/o simboli potenti della sovracoscienza – in maniera più o meno evidente (giacché il nume consiste in una presenza di una volontà che si mostra e non si mostra) – quell’altro è il frutto a volte travagliato di un qualcosa di vero, profondo e annodato in sé che si fa concreto e che circola immanentemente. Anticipo di già che la stessa struttura dell’essenza, della vita e dell’amore la si rintraccia nel tuo sogno in un modo altamente eloquente.

In rappresentazioni di questo tipo la struttura non solo mostra sé, ma reca il suo Vero contenuto e lo fa in un modo in cui il contenuto nasca in te e per te, come se fossi tu a partorirlo. C’è anche da dire che quando ciò accade nel sogno vuol dire che la coscienza “da qualche parte” ha prodotto il contenuto in questione, ma non per questo il processo si è esaurito o concluso – ovviamente.

Qualcosa in te si è trasformato; qualcuno (o meglio: qualcuna) ha favorito il sorgere di questo principio di cambiamento. Cosa è cambiato/sta per cambiare? Il tuo essere sentimentale, il tuo rapporto con l’amore tout court.

Il significato bello e buono lo hai accolto già da te, sei stato infatti in grado di leggere la rappresentazione nell’insieme: la scena dipinge una condanna a morte, sì, ma di mezzo c’è l’amore, quello vero. E il vero amore sublima le forme di attaccamento o di punizione. Capisci quindi da te che il tipo di condanna è in verità un potente mezzo per rompere la rappresentazione stessa. Tale rottura indica che sei sulla strada perché, sul piano psicologico, vadano a rompersi vecchi schemi che limitavano la tua concezione intorno l’amore. E la concezione in generale non si limita al piano logico, sia chiaro, bensì struttura ed allarga l’esperienza.

Perché però accade questo connubio tra morte e amore? Si tratterebbe addirittura di un topos letterario, ricordiamo Psiche nella favola di Apuleio: la profezia le preannuncia  un matrimonio tremendo, mortifero, per questo deve essere vestita a mo’ di lutto e lasciata sola su di una alta cima; mentre in realtà ella sarebbe stata destinata nientemeno che ad Amore in persona.

L’idea della morte – del negativo in generale – è innegabilmente matrice della più potente speculazione – soprattutto a carattere religioso – e nondimeno – dulcis in fundo – dell’autentica coscienza intorno i concetti di vita e di amore. L’idea di consunzione, di irreversibilità, che essa offre, confrontata alla sensazione di essere vitali, crea in noi un patire che è principio sia del soffrire che del piacere; piacere puro e il soffrire puro sono inizialmente lo stesso. Senza attingere da questo puro contenuto (il patire) il piacere in vita viene destinato a depotenziarsi sempre più nell’arco degli anni; mentre il lato della sofferenza parallelamente tenderebbe ad accrescersi, rendendo in vecchiaia la vita un fardello il più delle volte insostenibile. Tutto ciò generalizzando al massimo, sia chiaro. Una volta ottenuto l’accesso alla fonte del patire però tutto ciò lo si può rovesciare in vita: il piacere, divenuto non più meramente edonistico, riesce a concedere un certo ricircolo di energia in sé. Questo perché il materiale Uno, il fuoco vitale e psichico, diventa attivo; va solo gestito al meglio.

Ciò che sorge da questa immagine apparentemente contraddittoria non è quindi solo un’avvio verso una nuova concezione: ciò che produce è innanzitutto una impellente necessità, una sorta di fuoco segreto che anima la rappresentazione finché non erompe nella psiche, distruggendo le apparenze e purificando l’essere emozionale.

Ma qui non si parla solamente di piacere, bensì di un senso profondissimo di ciò che è Amore. Ritorniamo un momento dunque al lato del concetto: la coscienza ha prodotto (sempre “da qualche parte”) un principio di maturazione della concezione dell’amore.[1] 

Per amare bisogna essere in due: ciò è vero persino all’interno di una singola psiche, dal momento che, ad esempio (tralasciando la questione delle personalità singolari degli emisferi cerebrali), il subconscio per ogni stato psichico da raggiungere “attende” la risposta del conscio e viceversa. Se da una parte si afferma ‘Morte’, dall’altra dovrebbe sincronicamente affermarsi l’opposto, questo in realtà solo perché il contenuto che emerge cosciente deve avere assimilato una qualche concezione dell’opposto, del negativo, per poter affermare con forza un contenuto e farlo determinato. Quando vi è una fusione ordinata come nella rappresentazione che la coscienza ti ha fornito, tutto un mondo di idee viene fornito, ossia: un’unica idea, e che idea! L’idea è quella – lo dico brevemente – dell’amore eterno. Da una parte infatti le figure soccombono al destino, ossia le effigi periscono in modo da autotrascendersi; dall’altra esse accettano con serenità disarmante il tristo fato, poiché in questo perdersi il Sé non è sparigliato, è giunto, riunito (nella coppia, vera immagine del Sé). Curiosa la modalità di legamento: mani e piedi legati alle membra dell’amato, la vita però no. Ciò simboleggia che la fusione della coppia ad opera metaforica della morte non cancella l’individualità.

Ciò che la rappresentazione dice e non dice è: il lutto non è semplicemente trasformato dall’amore, ma il propellente dell’amore vero è il lutto; proprio il lutto della perdita, il puro perdere, che è sempre un perdere sé. Assimilato ciò, con quanta forza può essere affermato allora il contenuto positivo! quanto profondo diventa l’Io che riesce a dominare questo subconscio stato di perdita!

Ma ciò che più sconvolge, onestamente, è la struttura del dispositivo: croci dappertutto. Arrivo subito al dunque: è come se tu avessi assimilato il cuore del messaggio evangelico – che non è la dottrina sociale gesuana, evidentemente. Abnegazione d’amore; sentimento della perdita – perdita che è un raggiungere l’assolutezza; superamento della mera individualità (nell’amore – nella relazione vera – come nuova base). Per non parlare poi della presenza della croce in sé, prescindendo infatti dal significato storico, essa è il più autentico simbolo della verità della relazione – in senso generale. Il mistero che mostra consiste nell’intreccio che esibisce.

Ps:

Un’altra questione viene aperta dal tipo di linguaggio utilizzato qui: che ha a che fare questo con ciò che viene definito vero amore? Tanto grande è il lutto che accompagna come un’ombra la positività dell’amore, allo stesso modo un teoreticismo come quello qui espresso può servire ad aprire una nuova concezione (concettuale, ossia sul piano logico) e poi anche una percezione di un amore più vasto di ciò che generalmente si crede. Lutto: amore = teoreticismo: capacità dell’intelletto di aprirsi a qualcosa in grado di trasformare il Sé.

 

 

[1] Nb: Più precisamente avrei scritto: “al lato del concettivo” e del “concepimento” dell’amore.

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