Sogno di Silvia – La resa

possesed

Nei miei occhi appare e si estende in lontananza questa terra. Descrivendola in una parola direi grigia. Non c’è vita, solo macerie, pietra e polvere; l’aria è ferma e intrisa di desolante grigiore come se anch’essa fosse sopraffatta dalla polvere; di là dell’orizzonte nubi grigie distese e appena accarezzate.
Lì, su quella linea lontana sorge una struttura, troppo distante per essere descritta dalla vista, ma i miei occhi sanno senza vedere chiaramente; somiglia ad un tempio, greco o romano, ai lati riconosco delle grandi colonne con linee verticali a percorrerle, tutto versa in uno stato di miseria e decadimento.
La larghezza del ‘tempio’ è percorsa da una passerella nascosta da innumerevoli altre colonne, molto più piccole questa volta e lisce anche se crepare e cedute in alcuni punti; c’è qualcuno lì, non saprei dire se l’ho visto, forse un ombra confusa, ma c’è qualcuno lì e io devo raggiungerlo.
Non ho paura, un filo d’ansia forse, ma niente paura, sono determinata.
Corro.
Non sono sola, al mio seguito ci sono altri guerrieri come me, uomini, ma non mi soffermo su loro o sui loro volti, sono i miei compagni in un qualche modo a me sconosciuto ed indifferente, non li conosco e non mi interessa farlo, io corro guardando avanti a me.
La strada è lunga e intrisa di pericoli, bestie alte un uomo e mezzo con ali e denti assassini, chiamiamoli draghi, sì draghi completamente neri.
Non mi spaventano, non mi fanno paura, la mia lama si muove sola e veloce ed è sempre la prima a colpire; alcuni degli altri non sono così bravi, muoiono urlando sotto le fauci dei draghi.
Uno in particolare; siamo all’interno dei resti pericolanti di un edificio fatto tutto in pietre, ad un bivio tra corridoi, al centro, si era formata un’enorme voragine dove il pavimento aveva ceduto al tempo, io correvo alla sinistra del buco e affianco a me, alla destra dello stesso, ho visto un uomo nella bocca della bestia che urlava mentre lei stringeva, e stringeva, la schiena dell’uomo si spezza ed il drago guardandomi lascia cadere il corpo giù nella voragine. Neppure in questa occasione mi faccio cogliere dalla curiosità di guardare il volto di quell’uomo, come se non avesse nessuna importanza, anche le grida sembrano distanti, attutite, a basso volume, quello che provo è un’ombra d’inquietudine, ma non saprei se per il mio compagno sconosciuto o per il drago nero che mi guardava con occhi pece.
Comunque non ho paura, continuo a correre, imbocco il corridoio di fronte a me e alle mie spalle ci sono i sopravvissuti, sono pochi, quattro uomini credo, siamo vicini. Dal lato destro completamente crollato posso vedere il tempio più vicino ma non più chiaramente nei dettagli, la grigia foschia è diventata densa e offuscante.
Siamo in cinque e ora sento di più il gruppo, anche se i loro volti mi restano sconosciuti, dal corridoio scendiamo al piano terra, o meglio ciò che ne rimane, il soffitto è basso e il lato destro come sopra non esisteva più da un po’, qui c’è proprio tanta polvere, noi corriamo in quello che sembra essere stato un enorme salone fino a che, al nostro fianco, all’esterno delle rovine, con pesantezza ma minimizzando il rumore si appoggia al suolo un enorme zampa.
Mi volto, i miei uomini sempre alle spalle, e resto immobile perché quell’enorme zampa rosso lava e nero carbone è la mia sconfitta. Non ho paura, non cerco di nascondermi, non c’è panico nella mia testa, ma a questa visione lascio cadere la spada a mano morta lungo il mio fianco e tutto ciò che rimane è una profonda e turbante presa di coscienza di essere sconfitta.

 

  • Interpretazione:

Al di là del lato scenografico del sogno (quello lo si può attingere da rappresentazioni ammirate  in stato di veglia), in effetti colpisce molto la resa finale della tua impersonificazione.

Di simbolico paradossalmente non veggo un fattore chiave, in ogni modo tu sei una sorta di eroina, nonché un polo di compagni di lotta: nella totalità questa è una rappresentazione dell’Io conscio, laddove il tuo personaggio è più da vicino il rappresentante della tua identificazione formale con te stessa; gli altri sono figurazioni di tue energie nervose, ciò che impieghi durante le battaglie quotidiane. Anche se – attenzione – non sono loro proiezioni, dato che presi singolarmente sono insignificanti, tu stessa ammetti di non conoscerli uno per uno, ma di avvertire “il gruppo” – pur in un secondo momento. Il gruppo di eroi designa quindi l’insieme delle tue forze che partecipano alla realtà quotidiana e che ti supportano, o almeno dovrebbero, nel travaglio di tutti i giorni.

Mi sbilancio: personalmente non penso che dietro il “boss finale” (mi sia consentito il linguaggio da videogioco) si celi una nevrosi profonda, in ogni modo è qualcosa legata più agli sforzi che fai nella vita di tutti i giorni: sei lì che combatti, contornata dalle tue molteplici capacità, eppure perdi pezzi, per ogni scontro che si realizza viene mutilato il tuo serbatoio di energie nervose. Così facendo arrivi davanti al vero obiettivo e lo perdi. Non reggi il confronto perché le tue forze sono dimezzate, eppure sei lì, non lo rifuggi, solo appunto ci arrivi esaurita dai tanti scontri. Se fosse questa la via interpretativa giusta, ti consiglierei solo di supportare il tuo organismo con qualche integratore specifico per recuperare energie a livello di nervi. E poi cerca anche di essere più integrata con le tue risorse, ci dev’essere un motivo per cui le disperdi.

Ti faccio ancora notare che tu sei agghindata da guerriero e l’istinto eroico ti dirige dritta verso l’obiettivo. Quindi non si tratta di un qualcosa di cui ignori l’esistenza, neppure qualcosa che ti procura angoscia paralizzante. Ripeto, non mi sembra tanto l’indizio di una nevrosi – o perlomeno di una nevrosi profonda. Il tuo personaggio è centrato, sono le tue energie che vengono sbaragliate. Queste dovrebbero essere in grado di supportare anche la fiducia che hai in te, evaporate quelle, ti trovi svuotata davanti la vera sfida, la cui identità è indifferente: ti arrendi prima di avere una sua apparizione globale, ti basta misurarne l’ingenza per capire come essa ti sovrasterà, ma appunto tutto ciò rimanda più a te, che al male di turno.

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