Sogno di Samuela – L’indistruttibilità della Vita

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Ho sognato di essere ammalata gravemente (avevo qualcosa al cuore e al polmone sinistro che sembrava stesse marcendo) ed ho chiesto a mio padre di spararmi per uccidermi perché non volevo soffrire. Mio padre non voleva ma dopo la mia insistenza mi ha sparato in testa con una pistola, ma non sono morta… allora mi ha sparato nuovamente e non sono ancora morta… Questo mi sembra per 4 volte. I proiettili vuoti uscivano dal mio cranio e cadevano per terra… ma io volevo morire.

Allora mi sono tagliata da sola la gola ed ho sentito il sangue che fuoriusciva a fiotti, ho provato una sensazione di liberazione… ma anche in questo caso non sono morta e la gola si è rimarginata… Però ero ancora ammalata!

Aiuto, mi sembra un sogno troppo strano, cosa vuol dire?

 

  • Interpretazione:

Samuela, purtroppo alla base mi mancano molti elementi che tentino di collegare la malattia in sogno ad un qualsiasi aspetto della tua vita. L’aspetto su cui riflettere in senso generale però è presente: nel sogno nonostante ti si ferisca a morte – evento che tu stessa richiedi ed auspichi – continui a vivere. A permanere però è una vita fardellata dalla grave malattia.

Il sogno, come tento sempre di trasmettere, ha una sua logica. Ci si può anche arrivare “per assurdo”, facendo cioè un tentativo creativo per carpire come le cose dette in sogno, quando assistiamo a scene significative di questo stesso tipo, quasi non potevano succedere altrimenti. Immagina infatti per un momento se ai colpi dei proiettili tu fossi morta, che sarebbe successo? Fine del sogno probabilmente. Fine dunque del messaggio, anzi il messaggio stesso sarebbe stato anticipatamente oscurato del tutto. E invece il messaggio sta tutto lì, in questa morte che non sopraggiunge e nella malattia che rimane. Come già detto, per interpretarlo in modo più personalizzato mi sarebbero serviti più legami con la tua vita, forniti liberamente da te, però in linea di massima il sogno può voler dire che, nelle questioni in cui il dolore ti attanaglia, il tuo carattere (diciamo pure più semplicemente il tuo modo di rispondere o reagire) si trova in una linea di confine tale per cui per metà non riesce a produrre un senso di sopportazione e di accettazione del dolore, per l’altra metà si segnala invece una spinta naturale in senso opposto, ossia una spinta alla semplice lotta per “non gettare la spugna”.

Non so che situazione tu stia vivendo, non so se ti rispecchi in queste parole, ciò che vorrei suggerirti è appunto questo: la tua natura, il tuo essere vitale, desidera lottare fino alla fine, il dolore non riesce ad abbattere del tutto l’ultimo lumicino del suo puro afflato. Il dolore in sé è un salva-vita, a livello biologico ci segnala tutte quelle situazioni che vanno a ledere l’organismo. Altra questione è in effetti la sofferenza, che indica fattori cronicizzati del dolore. Rispetto la sofferenza ci sono due vie (come la Y pitagorica): sopportare e soprattutto lottare sino alla fine – tentando di recuperare le risorse “eroiche” del nostro Sé, le quali possono arrivare benissimo dal basso, dalla disperazione ad esempio – di contro alla via di un completo lassismo, un negativo lasciarsi andare o addirittura il reclamare la cessazione anticipata, poiché probabilmente non si valuta la Vita come valore supremo. Ti rendi conto pure da te come il discorso non possa andare avanti, perché ci sarebbero da stabilire tutte quelle motivazioni originarie che stanno alle fondamenta del nostro vivere stesso; ci sarebbero dunque da affrontare addirittura temi che sconfinano nella bioetica. Interrompiamoci qui, nel punto in cui parte di te – a questo punto – non semplicemente ‘desidera’, ma ‘è fatta’ per lottare, dunque vedi se non è più vero in te l’abbattimento causato dal dolore o l’indistruttibilità di un simile sentimento di tal foggia.

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