Spike Jonze e la Fame cosmica

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Nel film di Spike Jonze Where the wild things are (Nel paese delle creature selvagge), basato su una rilettura dell’omonimo libro vincitore di un prestigioso premio per la letteratura infantile, ad un certo punto un simpatico mostro rotondotto, con la bocca enorme e col cervello di una ragazzotta cresciutella e nevroticuccia, sortisce la battuta: “Sai come dico io: se hai un problema, mangiatelo!“.

La battuta può suscitare un certo divertimento in sé, ma se andiamo non tanto ad astrarla dal contesto della storia filmica, bensì quanto ad inserirla nel suo proprio contesto, quella che si presenta come una semplice ed esilarante battuta assume delle profondità di senso vertiginose. Il suo proprio contesto non è tanto il contenuto di realtà, quello che fa parte della “storia” narrata, quanto il contenuto di verità: ciò che alberga la rappresentazione in quanto tale.

Non è difficile intuire infatti che sia il libriccino illustrato che il film vogliano rappresentare le forze non ancora nettamente individuate nella psiche del bambino. Nel film in particolare – dove viene immaginata una genesi della nevrosi più approfondita – il viaggio che il bambino protagonista fa lo porta a comunicare con diversi aspetti del Sé che sono emersi dallo sconvolgimento emotivo descritto, provocato in primo luogo dalla scoperta che egli non è il maschio che detiene un rapporto esclusivo con la di lui madre, ancora giovane ed attraente. La scoperta dunque consiste nel conoscere che egli non è l’unico maschio di lei in quanto donna. Il conflitto appena sorto si va ad aggiungere a quello con la sorella teenager, la quale non lo calcola per niente, come lui invece desidererebbe.

“Se hai un problema, mangiatelo”: questa frase è proferita da parte di quelle forze psicosomantiche che richiedono energia per l’organismo, ma anche per se stesse; il correlato fisiologico è la sensazione della fame medesima. A noi interessa però la fame di tutto lo psicosoma: quella fame che parallelamente a preparare l’assimilazione del contenuto di energia comporta anche la distruzione stessa di quello – e a lungo andare addirittura dello stesso psicosoma.

Eppure qualcosa che mangia-e-basta è necessario che vi sia nello psicosoma; lo stesso stimolo della fame organica, per quanto fastidioso, è da considerarsi un salva-vita: immaginiamoci di svegliarci un giorno e di non avvertire lo stimolo, quello che accadrebbe dopo qualche tempo sarebbe la consumazione prima della massa grassa, poi della magra, indi la caduta dei denti e alla fine si soccomberebbe definitivamente alle forze che richiedono fame per sé.

Anche a livello solamente psichico il mangiare-problemi ha un suo senso: nell’ottica dello psicosoma, quelle stesse forze che a livello organico fanno in modo che l’organismo si cibi concorrono, a livello psichico, ad accrescere la personalità. Per quanto riguarda l’Io ciò avviene passivamente, ossia subconsciamente e inconsciamente: pensiamo a quando dichiariamo di dover assimilare “la botta” che l’ego subisce di tanto in tanto. Ciò che avviene, nei casi più lineari, è letteralmente una “consumazione” di quel determinato contenuto: da una parte la forma di questo può ridursi ad una immagine nella memoria, mentre dall’altra il contenuto stesso va a “nutrire” la personalità. La capitale importanza di queste forze a livello psichico, dunque, è quella di filtrare qualsiasi cosa potrebbe causare nevrosi. 

 ***

 Parte due – Cerbero, Dioniso e Gesù.

Gli antichi hanno rappresentato una tale Fame in quanto Cerbero. Esso lo si incontra nelle vicende di catabasi – nelle discese verso gli inferi – e ne costituisce una tappa fissa. L’enorme cane a tre teste lo si può aggirare solo in un modo: dandogli da mangiare. Una volta fornito il contenuto appropriato a chi registra la fame cosmica (Cerbero), ecco esibito il lasciapassare per discutere con la coppia divina infera (Ade-Persefone), per recuperare l’amore prematuramente deceduto ad esempio od altre questioni ancora. Cerbero non va affatto ucciso: il potente guardiano infatti sta lì per proteggere la vitalità di uno psicosoma, dietro di lui in verità si accede al cuore numinoso di ciò che è celato (aides) nell’inconscio.

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Eppure, per il nostro discorso, un altro elemento dall’antichità preme con più forza ancora, in quanto a portata di significato: mi riferisco al nucleo del mito dionisiaco; precisamente allo sparagmos, ovvero il dilaniamento rituale in vivo di un capretto, di un torello o di un bambino-giovinetto (a seconda del sito, delle epoche e della serietà degli officianti) con lo scopo di consumarne la carne cruda, oppure anche bollita in un modo altrettanto rituale (Kerenyi, 1976). Della vittima veniva conservato unicamente il fallo.

In poche parole possiamo dire che Dioniso è una figura altamente dialettica, esso è sia un bambino o un giovinetto, che il sovrano barbuto degli inferi, maturo o addirittura anziano; non è affatto un mistero l’identificazione tra Dioniso e Ade negli ambienti più consapevoli del mondo classico. Ma ciò che sconvolge di più è l’ancestrale dialettica cacciatore-cacciato presente in un’unica figura: Da una parte Dioniso è Zagreus, il ‘Grande Cacciatore’, il cacciatore per eccellenza, dipinto come un giovinetto con i calzari da caccia, oppure anche ‘Colui che mangia carne cruda’, un altro appellativo attribuito a lui; al tempo stesso però è il capretto o il torello, colui che è sbranato vivo, la vittima sacrificale.

Quello che miticamente fecero i titani nel dionisismo orfico – l’uccisione dell’infante – verosimilmente lo fecero le menadi in stato di entusiasmos. la menade con ciò si fa simile al dio, sia nell’atto cruento in sé, sia assimilando la “carne” divina stessa; per non parlare poi della punizione rituale per chi compiva un tale atto giudicato a posteriori sacrilego dagli stessi cultisti (un’ulteriore esperienza del patire del dio).

In questo aspetto Dioniso “insegna” non solo ad assecondare, ma con più veemenza ancora a portare all’estremità la fame cosmica, dando poi in pasto in realtà se stesso, ossia la carne di un “dio”. Cosa succede a chi mangia un dio? Viene assimilato a lui. Ma poi perché mangiarlo? Perché la fame cosmica è ineludibile: la abbiamo chiamata anche, dal punto di vista dell’individuo, un salva-vita. Però essa è anche qualcosa di mostruoso, nel senso che se non ci fosse la necessità di mangiare sarebbero tutti molto più felici. Ecco allora che il dio rappresentante Zeus nella notte ci si rivela come colui che attizza il fuoco della “fame” con lo scopo di trasformare questa da dentro, con la sua divina “carne”.

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Gesù stesso nei vangeli cita questo culto, così interpreta infatti Kerenyi il detto “Io sono la vera vite” (la vite è un simbolo stretto di Dioniso), come un riferimento ad una falsa vite, dal momento in cui echi del dionisismo certamente sono filtrati tra i popoli levantini.

La differenza tra questo aspetto di Dioniso e il Gesù dei vangeli, in ciò che gli è affine, è che il primo viene tradito dalle nutrici ossia dalle menadi (oppure da figure maschili rappresentanti i fratelli maggiori = i titani nel mito orfico), mentre il secondo si offre (seppur con una minima resistenza: Luca 22:42). Si offre alla fame del mondo. Dioniso viene dilaniato e divorato senza che lui possa difendersi, mentre quegli si offre a chi-ha-sempre-fame e a chi-ha-sempre-sete, a coloro quindi che sono sottoposti al ciclo naturale. Il Gesù dei vangeli aggiunge consapevolezza a quanto emerge da questo mito assai dialettico e complesso.

Una figura divina che agisce in tal modo mira segretamente a “cancellare” la natura (mortale), per rivelare quella divina appunto. La Fame – nel senso di cui sopra – è una grossa fetta della natura, in un suo aspetto si identifica proprio con la morte. Distruggendo questa Fame dal di dentro il “complotto” divino contro la natura si completa.

In fin dei conti però ciò non vuole negare l’importanza delle forze impiegate per la carburazione dello psicosoma, al contrario, dal momento che qualcosa che va nutrito c’è sempre, lo insegnano pure i racconti divini.

Una Risposta to “Spike Jonze e la Fame cosmica

  • Interessante questo articolo e le tue citazioni.
    Proprio all’inizio, mentre leggevo, pensavo di proporti l’analisi psicologica di famose opere che portano con sé, aldilà delle interpretazioni mondane, un simbolismo specifico. E così poco dopo mi hai un po’ accontentato, ma ti esorto a scrivere qualcosa di più, prendendo d’esempio magari qualche famosa favola. Non perché voglia dar consigli, ma per il mio egoismo: mi farebbe piacere leggere come le analizzi.
    Il tema del sacrificio inoltre mi sta a cuore, come il divino che di fronte ai mortali sacrifica la sua carne per far imparare ai mortali stessi lo stesso divino. Un ciclo che affascina, che prende d’esempio il maestro che guida le anime più fanciulle, redimendo i loro peccati in un suolo mortale, e lasciando con il sangue l’impronta sulla terra, nella fisicità, nella materia. E forse questa fame del mondo diviene una necessità di crescere, di ricominciare, e l’atto di Gesù la maniera per concludere un ciclo e re iniziarlo, con il ‘cibo’, volendo restare nella metafora, della sua espressione, del suo sapere, e quindi, dovuto al contesto della materia, al suo sangue ed al suo dolore. Puramente fisico. Poiché scommetto che un Gesù vero si sarebbe dato in pasto all’umanità amando la stessa umanità (e questo lo cito un poco per il mio sentimentalismo) anche nell’istante stesso della crocifissione.
    In parole povere si potrebbe dire che la Fame è correlata ad una materia che non ha coscienza e forse nemmeno consapevolezza dello spirito, come accade all’uomo comune, e che questi desideri egoici non trovano sazietà e cercano di cibarsi di dio al posto di.. essere Dio. D’altronde la Fame del mondo rimane comunque il suo bisogno.
    Il problema è che Dioniso vien visto come un dio dalle caratteristiche egoiche, così come ogni pantheon e leggenda lì correlata vi si rispetti, quali potrebbero figurare le quotidianità del tempo. E’ la tentazione di mangiare il frutto che, al tuo stato passivo, può renderti particolari doti, ed una sazietà ‘preziosa’. Ma Gesù, nella sua vera divinità, accetta di morire cercando di svegliare l’uomo interiormente, soddisfando un altro tipo di sete, donandosi come pietanza un po’ diversa.

    Ecco perché dal mio punto di vista Dioniso, ancora nella sua egoicità- ossia così come vien rappresentato- non può fare a meno che subire la morte, e ne viene divorato, mentre Gesù, in fin dei conti, è quel divora l’odio e la sintesi materiale del mondo stesso, insegnandogli una morte ben più gloriosa, ben più divina: quella di colui che, appunto, ama i propri nemici e che, proprio per questo, li salva da una fame di cui però loro non si rendono conto, così come fa per il resto dell’umanità; il loro aspetto più divino, la loro anima, donandoci in tutto questo una profonda consapevolezza della sua azione, e non re-azione.
    Degno di una vite che produce buon vino.

    Ma comunque, ne corre, se iniziamo a trattare di simbolismo o di simili metafore: che mi interessano ma al cui riguardo rimango stupida (o instupidita!)

    Grazie per il lavoro che fai.

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