Sul nome Elohim. Che vuol dire esattamente?

 

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Un altro articolo dal contenuto didascalico, questa volta il mondo di riferimento è quello biblico. L’articolo, come sempre, non manca di fornire spunti originali, sempre supportati da argomentazioni e fonti.

È questione ormai nota anche tra i più: elohim, uno dei termini usati dagli ebrei per nominare Dio, presente più di 2500 volte nel testo masoretico (la versione ebraica della bibbia), è grammaticalmente un sostantivo plurale. Elohim infatti vuol dire letteralmente “dèi”. Questa notizia ha alimentato ogni genere di teorie: c’è chi semplicemente insiste sul politeismo professato dal popolo ebraico, capace di influenzare persino la religione sacerdotale; ci sono le teorie di varie scuole esoteriche che fanno degli elohim le diverse modalità del divino; c’è addirittura chi ha fondato una nuova religione identificando gli elohim con degli alieni. In effetti la questione ha bisogno di un po’ di tempo per esser chiarificata, la risoluzione non è ovvia, né priva di sorprese.

La risposta più frequente che danno i rabbini è questa: “Elohim è costruito come un plurale, ma i verbi sono sempre concordati al singolare, di conseguenza  elohim va inteso come un sostantivo singolare”. In tal caso sarebbe una sorta di plurale maiestatis, anche se non tutti sono concordi con una tale descrizione. È possibile che il rabbino inizialmente nasconda dei dati di fatto: a volte il verbo che accompagna elohim è concordato al plurale; in secondo luogo elohim è in realtà un termine generico, ossia non è un nome esclusivo di Dio.

Riguardo il primo caso, quello in cui anche il verbo è al plurale, cito le fonti: Genesi 20:13 e 35:7; 2 Samuele 7:23; Salmi 58:11; 1 Cronache 17:21; 1 Samuele 28:13-14. L’ultimo della lista, 1 Samuele, ci è davvero utile per definire il tipo di costruzione in questione: qui il verbo è sì al plurale però il contesto non ammette dubbi, ci si sta riferendo ad un ente singolo.

(13) Vedo Dio (Elohim) che esce di sotto terra (lett: ‘che salgono da terra’) (14) Che forma ha? Rispose: «È un vecchio che sale ed è avvolto da un mantello».

Grazie a questa esplicazione possiamo certamente giungere a considerare la concordanza al plurale come una costruzione esistente: semplicemente il verbo ottiene il plurale dal soggetto, una concordanza unicamente stilistica dunque.

Osserviamo infatti quest’altro passo preso stavolta dal Deuteronomio 4:7

Qual è infatti la grande nazione alla quale la divinità (elohim, lett: “gli dèi”) sia così vicina (lett: ‘vicini’) come è vicino a noi JHWH, il nostro Dio (eloheinu, lett: “nostri dèi”), ogni volta che lo invochiamo?

Letteralmente non abbiamo la ripetizione dell’aggettivo plurale kerovim (‘vicini’), che si lega quindi sia a elohim che a JHWH. Se avessimo dei dubbi riguardo la singolarità di elohim, non li dobbiamo invece avere nei confronti del nome proprio di Dio per gli ebrei: JHWH. Il fatto che l’apposizione di JHWH, eloheinu, sia al plurale non fa che confermare la costruzione vigente.

C’è anche da dire che la traduzione, tratta dalla Nuova Riveduta, di elohim con ‘divinità’ è assolutamente corretta.

Anticipiamo dunque la risoluzione per lo meno dal punto di vista linguistico, poiché a questa medesima possiamo risalire con assoluta certezza, dato che elohim non è l’unico sostantivo plurale che viene considerato come un singolare, di fatti abbiamo: betulim, che vuol dire ‘verginità’; hayyim, ‘vita’; panim ‘volto’, ma anche ‘presenza’. Tutte parole col suffisso plurale -im. Chiariamo dunque il busillis sotto l’aspetto grammaticale: questi appena citati sono tutti sostantivi astrattielohim fa parte di questi, vuole dire infatti ‘divinità’, ‘deità’. El ed eloah invece sono sostantivi determinati, vogliono dire ‘dio’, anche se non sono ricorrenti sul testo biblico quanto elohim.

Laddove l’astrattezza di un sostantivo designa pertanto una generalità, questo nuovo concetto ci permette così di passare con più agevolezza all’altro punto elencato sopra: la non esclusività del termine elohim. Il termine è infatti attribuito non solo a Dio, ma anche ai suoi angeli e ai profeti, inoltre  è usato come sinonimo delle autorità giuridiche, di Israele stessa e persino per designare quegli dèi che si considerano falsi.

Vediamo ad esempio Esodo 7:1 letteralmente come suonerebbe:

E JHWH disse a Mosè: «Vedi, io ti ho fatto/consacrato divinità (elohim) al faraone e Aronne, tuo fratello, sarà il tuo profeta».

Se adottiamo il facile senso: “Vedi, io ho fatto di te una sorta di divinità davanti al faraone” o anche “Vedi, io ti ho fatto apparire come un dio agli occhi del faraone”, saremmo in contraddizione col contesto, visto che l’incontro fondamentale di Mosè ed Aronne col faraone (la celebre scena dei bastoni tramutati in serpente) avviene subito dopo. Ancora peggio sarebbe: “Io ti ho fatto rappresentante della divinità”. Ciò che si vuole dire è che Mosè è stato investito di divinità, ha ricevuto una consacrazione altissima; e che poi davanti al faraone questa investitura sarebbe stata appariscente, avrebbe prodotto prodigi.

Il salmo 82 poi è eminentissimo a riguardo, persino in ottica cristiana, visto che è citato da Gesù nel vangelo di Giovanni. Qui si parla di un’assemblea di enti celestiali, figli di Dio (più precisamente “dell’Altissimo”: Elyon), gli elohim appunto.

(1) Dio (Elohim) sta nell’assemblea divina; egli giudica in mezzo agli elohim: «fino a quando giudicherete ingiustamente e avrete riguardo per gli empi? (…) (6) Io ho detto “Voi siete elohim, siete figli dell’Altissimo”.  (7) Eppure morrete come gli uomini e cadrete come ogni altro principe».

In salmi 89 ritroviamo l’assemblea di santi, figli della divinità (Elohim), tra i quali spicca senza eguali JHWH.

Se poi troviamo in Isaia 43:10:

Prima di me nessun elohim fu formato e dopo di me non ve ne sarà nessuno.

E sempre in Isaia (Is 45:5):

Io sono JHWH e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è altro elohim!

Non dobbiamo gridare allo scandalo, semplicemente elohim non è un nome determinato, né esclusivo e si riferisce al principio astratto di ciò che è divino: la divinità, appunto.

Gesù in Giovanni 10:34 addirittura allarga quanto viene detto in Salmi 82:6 (“Voi siete deità, siete figli dell’Altissimo”) a tutti gli uomini; usa questa citazione come per difendersi dall’accusa di blasfemia quando egli dichiara Dio in quanto padre.

Adesso, come spesso uso fare, provo ad espellere l’acqua dal mio mulino arrecando una ipotesi che potrebbe contraddire quanto appena sostenuto.

Sono due i nomi di Dio più citati nella Bibbia: Elohim e JHWH; il primo più astratto, il secondo più personale (con qualche eccezione: Genesi 18). Gli studiosi giustamente riferiscono le due più grandi tradizioni sacerdotali ebraiche che hanno dato il via alla Bibbia a questi due nomi: tradizione elohista e jahvista (non a caso infatti la Genesi ha due racconti). JHWH è maggiormente utilizzato a sud, nel regno di Giuda (Giuda = Jehudah = JHWDH), mentre Elohim a nord. Esiste un fatto storico: il nord, per via della vicinanza con Ugarit e con i fenici, fu più esposto rispetto al sud alle influenze religiose provenienti da altri popoli. Non che in realtà i giudei fossero sempre stati fedeli al loro dio: durante la cattività babilonese conobbero Tammuz e Ishtar, mentre il culto di Asherah raggiunse persino il tempio di Gerusalemme.

Si può pertanto ipotizzare che con il termine elohim la tradizione sacerdotale del nord sia riuscita nell’intento di assimilare quelle correnti – popolari – politeistiche, adottando una soluzione di trasformazione concettuale davvero ben pensata. Questo discorso in realtà non dovrebbe essere indipendente da quello linguistico che è stato fatto sopra, però la ritengo comunque una ipotesi suggestiva.

 

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